I Mandible

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New York, anno 2029. Nonostante sia una Mandible, ereditiera di un inestimabile patrimonio - “se solo il tuo ricco abuelo tirasse le cuoia”, si premura di ricordarle ogni tanto Esteban, il suo compagno messicano -, Florence non vi ha mai fatto troppo affidamento, anzi. Tutto ciò che ha se l’è guadagnato a fatica, senza favoritismi. Da quattro anni è approdata all’Adelphi, il centro di accoglienza comunale per senzatetto. Un impiego apparentemente encomiabile, per la maggior parte del tempo estenuante e ingrato. Ma pur sempre un lavoro, che le ha permesso di acquistare una casa a East Flatbush, quartiere divenuto esclusivo, e di crescere Willing, il figlio ormai quattordicenne, da “madre sola”. Una sicurezza, dopo lunghi anni passati nell’inattività e una serie di lavori e lavoretti di gran lunga lontani dal reale valore della sua inutile, doppia laurea. I suoi genitori, Jayne e Carter Mandible, come molti della generazione dei babyboomer, non possono capire fino in fondo ciò che Florence ha passato. Loro hanno avuto una vita e una carriera, in fondo. Ma Florence e i suoi coetanei hanno vissuto sulla loro pelle gli effetti della leggendaria crisi economica. Quella che ricordano come l’Etàdipietra era stata la lampante dimostrazione del fatto che “il mondo può andare in malora in un batter d’occhio” e senza preavviso. La ripresa c’è, dicono, sarà rapida. Ma a conti fatti, la classe media cui Florence e la sua famiglia dovrebbero appartenere è solo nominale: in un modo o nell’altro tutti vanno avanti “a pane e cipolla”. C’è penuria di acqua, risorsa sempre più costosa. Tirare lo sciacquone è diventato un lusso e una lunga doccia bollente un miraggio. Questo pensa Florence mentre affetta la verza per la cena, versandovi del riso e mezzo preziosissimo chilo di carne di maiale, intimando a Esteban di lavarsi le mani solo con l’acqua di scolo. Rischia sempre di passare per una noiosa cagaboomer, come la definisce Willing...

Cosa accade quando il patto di silenziosa fiducia che tiene in piedi un qualsiasi sistema economico viene meno? Quanto peso specifico ha realmente il denaro nelle nostre vite, quanto può risultare disastroso un crollo improvviso e inaspettato? Indicibilmente, secondo la risposta articolata da Lionel Shriver in quella singolare distopia economica che sono I Mandible. Negli Stati Uniti di un futuro molto prossimo, l’autrice mette in scena una grottesca “prova generale”, una distruttiva reazione a catena che porta l’America al collasso finanziario. Il debito pubblico viene annullato da un’arbitraria decisione governativa, l’inflazione sale, il dollaro si svaluta: quella che doveva essere una rapida, facile soluzione ai problemi del Paese viene pagata a caro prezzo. Lo scenario tratteggiato dall’autrice è a dir poco da incubo. Il contratto sociale va perdendo di significato e così la moralità, il credo politico, tutte quelle convinzioni che si credevano inoppugnabili. Non c’è più spazio per la cultura e l’informazione. Si inacidisce il contrasto generazionale, si perde fiducia nelle istituzioni, nel valore della solidarietà (“stare sulla stessa barca non è consolante quando la barca affonda”). La Shriver segue con fin troppa precisione l’immaginario declino del suo paese d’origine, incastonandovi quale specchio e contraltare la peculiare saga familiare dei facoltosi Mandible. Un microcosmo in apparente equilibrio che ruota intorno ad un’astratta ricchezza e che assiste impotente allo sfumare via di quest’ultima, come non fosse mai esistita. Costretto, infine, a confrontarsi con un’idea di famiglia “pura”, non più contaminata dallo spettro di una fortuna comune - anzi, finalmente uniti in una concreta, solidale sfortuna. I dialoghi oscillano tra brevi scambi brillanti pervasi di humour e lunghe dissertazioni dalla verbosità quasi eccessiva, nutrite di tecnicismi finanziari e analisi economiche molto dettagliate e difficili da seguire per i profani. E che tuttavia, nello scenario immaginato dalla Shriver, risuonano bizzarramente coerenti in bocca ai personaggi, tratteggiati magistralmente: tutti senza eccezione interessanti, tutti estremamente reali, spesso nevrotici, depressi, entusiasti, in continua evoluzione. L’autrice mette molta carne al fuoco, si destreggia abilmente in tutta questa marea montante, padrona di un ritmo narrativo incalzante e scorrevole. Inventa nuovi gerghi, prende rischi, affronta argomenti molto scomodi come è da sempre nelle sue corde. Il risultato è un divertente ibrido di satira, fantapolitica, fiction terribile e provocatorio, caustico, a più riprese pervaso di malinconica riflessività. “La realtà supera la finzione, viviamo in un romanzo”. E forse in questo romanzo, senza rendercene conto, stiamo davvero vivendo.

LEGGI L’INTERVISTA A LIONEL SHRIVER



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