I miei luoghi oscuri

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El Monte, California, un sobborgo povero di Los Angeles. È domenica 22 giugno 1958, sono le 10 di mattina e fa caldo. Un gruppetto di ragazzini si sta recando al campo di baseball per una partita, quando nota un cadavere ai margini della strada. In meno di cinque minuti arriva una pattuglia della polizia. Il corpo è quello di una donna bianca, pelle chiarissima e capelli rossi, età approssimativa quarant’anni. Non indossa mutande, ma solo un vestito sollevato fino ai fianchi e un reggiseno mezzo sfilato. La metà inferiore del cadavere è nascosta da un soprabito sgualcito. La pelle è coperta di lividi e abrasioni, sul fianco c’è una traccia di asfalto, al collo sono strette una cordicella per attaccare i panni e una calza di nylon, è stata strangolata con quelle. La donna morta rimane senza nome solo per poche ore: una vicina di casa chiama alla Centrale dopo aver sentito un notiziario alla radio e dopo il riconoscimento all’obitorio è confermato che la poveretta è Jean Ellroy, infermiera diplomata attualmente impiegata in una fabbrica di componenti aeronautici. Divorziata, viveva con il figlio di dieci anni che attualmente era dal padre, come succedeva tutti i fine settimana. La perquisizione della casa della vittima non porta a nessun indizio: Jean è uscita sabato sera verso le 20 e 30 con la sua automobile e non è più tornata a casa. Dove aveva passato la serata? La polizia comincia a indagare e a interrogare testimoni. Nel frattempo al bungalow è arrivato il figlio della donna, James...

È cosa ben nota – anche perché ripetuta fino allo sfinimento in qualsiasi occasione si parli di lui – che sia la vita sia l’opera di James Ellroy, quasi unanimemente ritenuto il massimo scrittore noir contemporaneo, ruotino attorno all’omicidio di sua madre. Del resto sfido chiunque a non trasformare una disgrazia del genere in un’ossessione, una figura materna simile in un fantasma e il suo assassino in un demone. Quello che invece è assolutamente insolito è che si abbia l’occasione di esorcizzarlo, quel demone: e non 'semplicemente' elaborando il lutto o abbracciando un pietoso oblio, ma andando a caccia di giustizia e di vendetta. È quello che capita a Ellroy, che nel 1994, a quarantasei anni, decide – spinto anche da sua moglie Helen - di chiedere al Nucleo delitti insoluti del LAPD di esaminare il materiale investigativo sull’omicidio di sua madre. Al suo fianco nella nuova indagine ci sarà il laconico ed esperto Bill Stoner, sergente appena andato in pensione dopo trentadue anni di onorato servizio: il lavoro della strana coppia sarà seguito da troupe televisive, quotidiani, settimanali (con tanto di numero verde per fornire indizi, à la “Chi l'ha visto?”). La pratica Z-483-362 viene riaperta: bisogna verificare che il lavoro dei detective dell’epoca sia stato fatto a regola d’arte e che non siano state trascurate piste promettenti, bisogna trovare nuove testimonianze, nuovi sospetti, fare nuove ipotesi, raccogliere nuove prove. Bisogna dare la caccia a un demone. E la caccia prosegue, appassionando il lettore come e più che in noir con un plot di fantasia. Fino a che il demone non entra anche dentro di noi.



 

 

 

 
 
 
 

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