I miti italici

Quali culture si sono avvicendate nella penisola italica dalle origini della civiltà all’avvento di Roma? Popoli italici di origine indoeuropea, popoli italici autoctoni o di origine sconosciuta, colonizzatori ellenici e celtici. Roma conquistò questi popoli e assorbì le loro culture facendole sue, tanto che non è sempre agevole distinguere cosa venisse da chi. La mancanza di tracce di una cosmogonia italica ha portato in passato alcuni studiosi a pensare che la principale tradizione culturale italica fatta propria dai Romani fosse stata il pragmatismo di fondo che “faceva sì che essi prestassero maggiore attenzione all’aspetto rituale, giuridico e storico della religione piuttosto che a quello speculativo e artistico”. Gli Italici quindi erano rozzi, superstiziosi, privi di sensibilità artistica? È una tesi a dir poco semplicistica. Peraltro sin dal XIV secolo a. C. i contatti tra mondo greco e Italia erano frequenti e profondi, mentre è del tutto ovvio che i popoli indoeuropei che giunsero nella penisola in epoca remota abbiano portato con sé i loro miti. Questo “melting pot” ha dato vita a un sincretismo in continuo aggiornamento, le cui tracce vanno forse ricercate nel mito dello scontro tra nuove generazioni di Dei e divinità telluriche più antiche. “Nei miti greci e italici, la viva presenza dell’antica sacralità tellurica sopravvive nelle figure di divinità come ninfe, satiri, signore degli animali e fauni, che continuano il recondito e perpetuo legame con la terra inteso in senso non materiale ma metafisico”. L’osmosi tra civiltà italica ed ellenica diede vita al cosiddetto mondo classico: Greci e Italici si sentivano sin da tempi antichissimi parte di un’ecumene che riconosceva la propria identità in miti comuni, in credenze e riti molto simili…

Andrea Verdecchia, farmacista marchigiano con una passionaccia per il mondo classico – “attento in modo particolare alla sua dimensione spirituale”, come tiene a precisare – si è deciso a scrivere questo libro con l’ambizioso intento di colmare un vuoto editoriale. Sul tema infatti il testo di assoluto riferimento è Dei e Miti Italici di Renato Del Ponte, ma a parte questa “bibbia” c’è poco altro, principalmente a causa della scarsezza di fonti. E così Verdecchia, con l’approccio che fu di J.R.R. Tolkien quando scriveva: “(…) Ero costernato dalla povertà della mia amata terra: non aveva storie veramente sue (legate alla sua lingua e al suo territorio), non comunque del tipo che cercai e trovai nelle leggende di altre terre”, si è messo alla ricerca tenace di ogni singolo testo antico che faccia cenno alla tradizione mitologica e sacra dei popoli italici antecedenti all’avvento di Roma. Poi ha cercato di contestualizzare questi testi (che il più delle volte purtroppo sono meri frammenti, non di rado in contraddizione tra loro) elencando tutti i popoli che hanno abitato nell’antichità la penisola italiana (quella che i Greci chiamavano Hesperia, la terra del tramonto), la loro supposta provenienza, i loro re ed eroi. Infine non si è potuto sottrarre ad esplorare le connessioni tra cultura mediterranea e Italia, analizzando la leggenda di Eracle – che nella nostra penisola visse secondo la tradizione molte avventure – e ovviamente il grande corpus mitologico e letterario del Ciclo Troiano, che l’Impero Romano stesso volle scegliere quando sentì la necessità di costruire un proprio retaggio. Particolarmente interessante il capitolo sui luoghi sacri del Lazio e sui rituali ad essi legati: il Lupercale sul Palatino, il monte Soratte e gli Hirpi Sorani – sacerdoti guerrieri “posseduti dal Dio”, il Lucus Feroniae, il bosco di Feronia vicino a Capena, il tempio della Fortuna a Preneste, il santuario di Diana a Nemi, i Colli Albani dove fu fondata Alba Longa. Nel complesso, un volume istruttivo e dalla vocazione “enciclopedica” che si legge con scioltezza: non è certo adatto agli addetti ai lavori ma potrebbe essere perfetto per chi sa poco o nulla di mitologia italica (eventualità ahinoi abbastanza facile) o per un pubblico di giovani lettori. Il carattere un po’ naif dell’operazione editoriale di Verdecchia è comunque riscattato dal palpabile entusiasmo che filtra dalle pagine.



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