I morti non fanno festa

I morti non fanno festa

Roma, 1 febbraio 43 a.C. Sono ormai vent’anni che Gneo Nummio Lart Nigidiano – a quel tempo reso libero dal suo padrone Gneo Nummio Giusto, proprio per consentirgli di lasciare la sua bellissima villa incastonata tra le viti e gli ulivi delle placide colline etrusche – se n’è andato a vivere a Roma. Era stata la tragica circostanza della morte di suo figlio Corvino, vittima di un incidente insieme al più forte e volitivo Fusco, figlio primogenito di Giusto, a fargli prendere quella drastica decisione, anche perché il padrone, in cerca di un capro espiatorio da incolpare per la sua drammatica perdita, aveva deciso di vendere Ramtha, compagna di Lart, ai suoi occhi colpevole di non aver sorvegliato abbastanza attentamente i due ragazzini. A Roma, il liberto Lart si è ricostruito una vita, si dedica all’attività di libitinario (ovvero imbalsamatore di cadaveri e impresario di pompe funebri) con l’aiuto dello scaltro schiavo Silvius, si è sposato con la bella libera Licinia – che ha come unico difetto una madre vipera, Lelia. Ogni giorno l’uomo continua a combattere i suoi vecchi fantasmi, nonostante da vent’anni cerchi di convincersi se non di averli fatti scomparire almeno di averli ben nascosti nel passato. È per questo che dallo stesso numero di anni Lart ignora puntualmente gli inviti costanti del suo ex padrone a tornare a Villa del Roseto. Ma questa volta nella lettera che invita Lart a trascorrere insieme a Giusto e alla sua famiglia i Parentalia, la festa dedicata ai defunti, c’è un tono diverso che a tratti sembra implorarlo a tratti intimargli di accettare; c’è qualcosa che preoccupa molto il vecchio ex padrone che è malato e sente di avere ancora poco da vivere, e dice di avere bisogno di un aiuto che può dargli soltanto lui. Lart esita, sente che non gli piacerà ciò che Giusto ha da raccontargli ma poi, anche convinto da sua moglie, si mette in viaggio dopo aver caricato sul carro con Licinia anche la suocera vipera, lo schiavo indisponente e la gatta Cleopatra. La bellezza della villa di Giusto non è cambiata affatto, lui invece è davvero invecchiato ed è mal messo; inoltre, come l’uomo aveva temuto, quello che vuole da Lart riguarda proprio quel passato che lui non vorrebbe rivangare. In seguito ad alcuni spiacevoli episodi accaduti di recente e a voci alle quali soltanto adesso ha ripensato seriamente, il vecchio si è convinto che Fusco e Corvino non siano morti in seguito ad un incidente ma siano invece stati uccisi, che qualcuno sia a conoscenza di cose che vent’anni prima ha taciuto, e che il responsabile di quelle morti sia tornato ad uccidere. Ma Lart non vuole saperne, non si fa ammorbidire nemmeno dalla insolita fragilità del vecchio, e dopo la cerimonia per onorare i morti intende tornarsene a casa. All’improvviso però cominciano ad accadere fatti strani. Durante la celebrazione, nella proprietà di Giusto viene ritrovato il cadavere di Mammula, un vecchio ex soldato amico della suocera di Lart incontrato lungo la strada durante il loro viaggio, con la testa fracassata dal bastone che usava a causa della gamba malandata, non derubato del denaro che portava con sé ma senza un ciondolo apparentemente privo di valore che portava al collo. Ci sono molte cose che non quadrano agli occhi attenti di Lart e le parole di Giusto continuano a non dargli pace nei giorni che ancora decide di trascorrere alla villa. Le cose si complicano ulteriormente il giorno che, sotto un albero, la gatta Cleopatra trova il cadavere della giovane e bellissima Lucilla, la promessa (ma amata davvero?) sposa di Mallio, l’altro figlio di Giusto…

Dopo Quel che è di Cesare del 2015, I morti non fanno festa è il secondo romanzo che il dottore in Storia Romana Massimo Blasi e Laura Zadra, proprietaria della libreria romana Suspense (specializzata in gialli e thriller) e bibliotecaria a “Sapienza” – Università di Roma, dedicano al liberto Lart, il libitinario che con il suo acume e il suo intuito, oltre che grazie all’aiuto dell’astuto Silvius, è capace di sbrogliare intricate matasse di omicidi ben nascosti sotto superstizioni e abili raggiri. Il buon equilibrio tra l’indagine – che tocca assai da vicino il protagonista e rende tutto più doloroso – e le ricostruzioni e le descrizioni abbastanza dettagliate di ambienti, cibi, arredi, paesaggi, rituali rendono la lettura, che procede in un ritmo crescente, gradevole e scorrevole. Alcuni dei personaggi – come lo schiavo scaltro e sempre alla ricerca di avventure sessuali o la matrona pettegola o la suocera brontolona – sembrano ispirati direttamente alle maschere fisse della commedia latina e risultano spesso divertenti; d’altra parte questi elementi sono una costante in questo genere di romanzo, come ben sa, ad esempio, chi segue le avventurose indagini del personaggio creato da Danila Comastri Montanari. Peccato per qualche eccesso ricercato per ottenere probabilmente effetti comici, come ad esempio accade quando un personaggio che arriva dalla Sicilia parla con i verbi al passato e rigorosamente a fine frase, con un fastidioso risultato eccessivamente macchiettistico che suona come un out of sync. Apprezzabili invece tanto le citazioni da testi classici, da Ovidio a Plutarco a Cicerone, che impreziosiscono ogni inizio capitolo, quanto il piccolo Glossario e le Res Coquinariae, ovvero il ricettario delle pietanze citate nel romanzo, che concludono il libro. Con tutta probabilità l’immancabile e pestilenziale garum – ammesso che si riesca a prepararlo nel modo esatto – non sarà un ingrediente rispondente ai nostri gusti, ma magari davvero a qualcuno potrà venire in mente di cimentarsi con un piatto come la Gru con le rape (!).



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