I morti tacciono

I morti tacciono
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“Le sette e sembrava già notte”. Le pozzanghere nella strada umida illuminata dalla luce tremolante delle lanterne sembrano fare compagnia a Franz mentre attende impaziente che lei finalmente arrivi. Ed eccola, senza carrozza; gli si fa incontro e si guarda intorno preoccupata, teme che qualcuno li riconosca. Il cocchiere della carrozza dell’uomo, quello sciagurato, s’è rifugiato nella locanda a bere un goccio. Franz lo richiama rimproverandolo e così i due amanti possono abbracciarsi mentre i cavalli li conducono verso una strada più isolata e buia. Emma finalmente si lascia andare e lo stringe a sé con entrambe le braccia al collo, lui la bacia dopo averle sollevato la veletta dal viso. I cavalli sono nervosi per la tempesta appena passata e corrono, i due amanti vorrebbero più intimità e sicurezza da occhi indiscreti, perché Emma è ancora preoccupata. Giunti su un ponte buio scendono per camminare un poco abbracciati ed è lì che Franz le propone di andar via, andarsene insieme loro due soltanto; lui sarebbe disposto persino a parlare col marito di lei. Lei invece gli dice che le sembra impazzito. “Rimani con lui. Io ti dico addio” ‒ dice Franz. Però poi decidono di godersi quei pochi momenti rubati, salgono di nuovo in carrozza e i cavalli riprendono a correre sulla strada bagnata, ma forse anche il cocchiere non è così in sé… All’improvviso il vuoto, una vertigine, poi Emma sente il suolo sotto di sé e “una calma terribile, opprimente”…

Pubblicato singolarmente con una nuova traduzione più fresca e moderna rispetto alla classica versione del noto germanista Giuseppe Farese, questo racconto di Arthur Schnitzler – scrittore, drammaturgo e medico austriaco vissuto a cavallo tra ‘800 e ‘900 – si inserisce perfettamente nella produzione dell’autore, imperniata sui dissidi interiori dell’uomo moderno, per la prima volta portati in superficie dalla coeva e neonata psicoanalisi. Figlio di un medico ebreo, Schnitzler studiò neurologia, si occupò di ipnosi e telepatia ma poi si dedicò alla letteratura e, benché con tutta probabilità non si siano mai incontrati, in una lettera del 1922 che appartiene ad un breve loro epistolario Sigmund Freud gli scrisse: “Così ho avuto l’impressione che Ella sapesse per intuizione ciò che io con un lavoro faticoso ho scoperto negli altri uomini”. Con queste parole il padre della psicoanalisi espresse la sua evidente ammirazione per lo scrittore, il quale, dal punto di vista squisitamente letterario, è il primo ad aver utilizzato il monologo interiore nella storia della letteratura tedesca. Questo racconto, nonostante sia in terza persona, stilisticamente si avvicina proprio ad uno monologo e tra i pensieri dell’algida Emma leggiamo tutta la fragilità sociale, tutta l’ipocrisia e la falsità “d’amore”, alla luce del tema del doppio così caro a Schnitzler quanto a Freud: “Era un’idea intelligente andarsene, e non una azione codarda. Franz stesso le avrebbe dato ragione. Lei doveva tornare a casa, aveva un marito, un figlio”. Questo pensa la donna davanti al corpo esanime dell’amante che pochi minuti prima baciava con passione. E ancora: “Non aveva che un solo pensiero, un unico desiderio: essere a casa, al sicuro. Tutto il resto le era indifferente”. Soltanto la morte sembra svelare davvero la verità dietro l’ipocrisia. Nelle strade buie della periferia di una città del centro Europa, tra le fisime dell’alta borghesia viennese del primo Novecento, l’atmosfera suggestiva di questo racconto ci lascia pesanti interrogativi che ci appartengono ancora oggi: Quanto è eterno l’amore? Quanto può contro le convenzioni e i privilegi sociali? Quanto l'uno soccombe agli altri o viceversa? Davvero apprezzabile, infine, l’idea del suggerimento musicale legato alla lettura, in questo caso un Notturno di Fryderyk Chopin.



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