I nomadi

I nomadi

Anni ’30. Quando nelle immense coltivazioni californiane la frutta è matura, un esercito di 150.000 lavoratori si mobilita per la raccolta. Percorrono su e giù lo Stato per andare a lavorare dove c’è richiesta. Sono migranti senzatetto, portati nell’Ovest dalla Dust Bowl che ha reso sterili i loro piccoli appezzamenti nel Midwest. Sono americani ma vivono fuori dalla società americana, dal sistema civile e sanitario. Vivono in baracche di lamiera e cartone, i loro figli si ammalano e muoiono per denutrizione o perché bevono l’acqua infetta di fiumi e canali. Se per qualsiasi ragione si trovano costretti a vendere la macchina, moriranno perché non potranno più andare dove il raccolto chiama. La depressione e la fame viaggiano a braccetto, ogni forma di associazionismo spontaneo è sedata con la violenza. I più fortunati hanno venti metri quadri in sei: sono gli alloggi a prezzo calmierato affittati dalle grandi associazioni agricole, che chiudono gli occhi di fronte alla miseria di queste persone che pure sono il nerbo dell’agricoltura dello Stato. Ma le buone iniziative non mancano: ad Arvin e Marysville il governo federale ha costruito dei campi per lavoratori nomadi in cui, recuperando la dignità, i braccianti si auto organizzano per gestire i campi, tenerli puliti e ricostruire una micro società responsabile e produttiva…

Nel 1936, dopo che Steinbeck era diventato famoso con Pian della Tortilla, il “San Francisco News” gli commissionò una serie di articoli sui braccianti californiani. Armato di carta e penna, Steinbeck partì quindi per questo viaggio di scoperta accompagnato da Tom Collins, direttore di un accampamento federale per migranti. Conosciamo così in questi sette articoli il giornalista John Steinbeck, intento a raccogliere, forse non del tutto consapevolmente, il materiale che tre anni dopo lo avrebbe condotto a Furore. Del suo impegno sociale, della sua sensibilità verso gli ultimi e della sua simpatia per le rivendicazioni sindacali aveva già dato prova in lavori precedenti. Sono valori e convinzioni fortemente evidenti anche in questi articoli in cui Steinbeck non prova nemmeno a rimanere super partes. Con taglio giornalistico schietto e stringato, ci restituisce (per gli americani dell’epoca fu un amaro svelamento) un quadro che va oltre, senza trascurarle, le statistiche. Abbiamo dunque degli scritti che sono in equilibrio tra report, analisi sociologica e pamphlet. Come sempre nelle sue pagine, la lente d’ingrandimento è sull’aspetto umano: chi sono i braccianti? Come vivono? Come muoiono? Cosa fare per loro? Facile vederci del moralismo, accusa che i suoi detrattori più volte hanno avanzato. Forse invece si potrebbe parlare di un’autentica e spontanea empatia, che sa dare alle parole uno spessore che le rende brillanti e quasi vive.



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