I nomi epiceni

I nomi epiceni
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La piccola Épicène viene alla luce una notte di settembre dopo un parto difficile e pieno di sofferenza. Sua madre e suo padre l’hanno voluta così tanto perché la sua nascita avrebbe coronato il loro equilibrio coniugale. Il suo nome, che neanche l’addetto dell’Anagrafe voleva registrare vista la sua eccessiva particolarità, è stato scelto per rendere omaggio a Ben Johnson, ironico contemporaneo di Shakespeare, e a una delle sue opere meno conosciute e per continuare la tradizione di famiglia di avere nomi cosiddetti epiceni, ovvero senza una chiara specificazione del sesso di chi li porta. Dominique e Claude sono i nomi dei suoi genitori: due persone diverse, uno estremamente ambizioso e amante della vita parigina, l’altra capace di mettere da parte i suoi sogni e la vita di provincia per il suo amore. Nell’attimo in cui Dominique incontra con lo sguardo gli occhi teneri di quel neonato piccolissimo, qualcosa si incrina definitivamente. Épicène impara a crescere senza una salda figura paterna. Lui non c’è mai per lei, anzi a volte sembra proprio che non esista. Persino i suoi grandi successi scolastici non suscitano in quell’uomo alcun tipo di orgoglio. Intorno a lei vede le sue compagne vivere la famiglia con gioia ed allegria. Samia, la sua migliore amica, parla del padre come del suo eroe personale. Ma per Épicène la cosa che la lega a quell’essere che occupa parte della sua casa è l’odio e spesso anche la voglia di ucciderlo. Crescendo, tra i suoi passatempi preferiti c’è quello di immaginare come mettere fine a quella presenza ingombrante…

Amélie Nothomb ci ha abituato con i suoi ultimi romanzi ad un finale sbrigativo per concludere la vicenda raccontata. In questo romanzo, l’inizio è sbrigativo ma decisamente funzionale alla creazione di una suspense che si trascina, fortunatamente, fino all’ultima pagina. Qui, come in buona parte della produzione della scrittrice belga, abbiamo dei personaggi o elementi decisamente “nothombiani”: la ragazzina precoce con un nome fuori dal comune che odia uno dei suoi genitori, un genitore che per un motivo non chiaro (e spiegato solo alla fine) cancella dalla sua visione una figlia apparentemente perfetta, una donna totalmente in balia del suo amore che accetta ogni cosa che gli viene proposta con la stessa condiscendenza con cui decide di mettere il profumo che lui le regala. Al perché che il lettore si domanda sin quasi dall’inizio viene risposto a tempo debito e con gli strumenti tipici della Nothomb, che vanno dal linguaggio semplice, abbellito qua o là da quegli arcaismi che sono chiaramente di sua predilezione, ad una narrazione veloce e ripulita da qualsivoglia pausa o attimo di stallo. Se non proprio ai livelli dei suoi primissimi romanzi, I nomi epiceni rappresenta un piacevole ritorno della prolifera romanziera che negli scorsi anni aveva assestato colpi duri anche ai suoi lettori più accaniti. Bella la foto, in copertina, virante al nero e a tonalità di grigio del grande fotografo francese, che sposa bene l’iconografia “classica” nothombiana di Madonna gotica con corvo al seguito e cappello di ordinanza.



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