I paesaggi perduti

I paesaggi perduti

“I nostri ricordi sono ciò che rimane sul muro dopo che è stato imbiancato a calce” e se si vogliono riportare alla luce ognuno fa come meglio sa. Joyce Carol usa la scrittura per restaurare la memoria, perché è il coltello che sa affilare meglio: scava sul muro fino a ritrovare un pollo chiamato “Happy”, forse il primo amico avuto nell’infanzia; scolpisce i genitori, giovanissimi, come non lo sono più; ritaglia uno spazio per la lettura e rilettura di Alice nel paese delle meraviglie. È il libro che ha acceso la sua passione per la parola scritta e per “il senso del mondo come spettacolo indecifrabile, essenzialmente assurdo ma affascinante, a proposito del quale è ragionevole esclamare, con Alice, “Stranissimo, e sempre più stranissimo!”. Poi Joyce Carol ristruttura con la mente la casa vuota di Helen Judd con i misteri violenti lì contenuti e cerca infine il coraggio per dare forma a sua sorella: era stata lei dopotutto a sceglierle il nome. Lynn Ann è identica a lei, anche se ha diciotto anni in meno, anche se mai le ha detto una parola e mai l’ha guardata negli occhi. Sullo sfondo dei ricordi, perenne, c’è la natura impervia che circonda la piccola fattoria sperduta nello stato di New York dove Joyce Carol ha trascorso la fanciullezza: non vi fa visita da anni, tanta è la paura di non trovare più quel che vorrebbe vedere. “Lo scrittore potrebbe essere una persona che durante l’infanzia impara a cercare e a decifrare indizi: qualcuno che ascolta attentamente quanto viene detto, nello sforzo di captare ciò che viene taciuto: qualcuno che diventa sensibile alle sfumature, alle allusioni e alle espressioni fuggevoli di un volto”…

Sebbene sia basato su saggi pubblicati in precedenza (la maggior parte negli anni Novanta, altri addirittura prima) e arrangiati poi in un ordine cronologico approssimativo e privo di date, l’autobiografia I paesaggi perduti restituisce una visione chiara e appuntita della vita di Joyce Carol Oates. Secondo la scrittrice, infatti, è “un’arte episodica, impressionista, la più adatta a replicare le tortuosità dei ricordi” e, in effetti, questo memoir frammentario, corredato da un breve ma accurato inserto fotografico e che per sottotitolo ha “romanzo di formazione di una scrittrice”, è un’ottima chiave per capire da dove nascono le tante storie che Oates ha inventato nel corso della vita (parliamo di quasi sessanta romanzi, oltre trenta raccolte di racconti, otto volumi di poesia, lavori teatrali, innumerevoli saggi, recensioni di libri e trattati di letteratura). Il leitmotiv è forse l’inquietudine sottile ma costante nascosta in una quotidianità tutto sommato felice: perfino quando Oates fa parlare in prima persona la gallina soprannominata Happy tanto amata da lei nell’infanzia, si respira un’imminente angoscia – che difatti troverà il suo climax nei capitoli successivi (uno su tutti quello in cui si racconta la nascita della sorella autistica). O forse il filo conduttore è l’amore reverenziale di Joyce Carol verso i suoi genitori riservati, vissuti sempre in un educato riserbo fatto di dolori taciuti e sostituiti dal sorriso. L’autrice riflette, “È possibile che lo scrittore/artista sia stimolato dai misteri dell’infanzia, oppure che siano i misteri dell’infanzia a stimolare lo scrittore/artista”, ma non è certo l’obiettivo di questo scritto scoprire da dove nasce il talento. Anzi, Oates non scrive né delle sue eccellenti doti creative né tantomeno della brillante carriera universitaria che ha saputo costruire in un’epoca ostile come il secondo dopoguerra, ma al contrario si mette a nudo con grande umiltà. Oggi Joyce Carol Oates ha 80 anni e nelle foto che ha scelto per accompagnare la sua autobiografia è ogni volta esile, affabile e quasi intenta a cercar di decifrare tra le linee delle mani il mistero della vita, come se non s’accorgesse della potenza che sanno sprigionare le sue parole quando le scivolano fuori dai palmi.



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