I pescatori

I pescatori
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Padre è un uomo atipico, poco in linea con il vento di modernismo che negli anni ’90 soffia attraverso le ariose case della borghesia nigeriana portando con sé concetti come quello pianificazione familiare. Ha rifiutato di piegarsi alla moda del controllo delle nascite ed esibisce con orgoglio i suoi sei figli, che ha concepito non solo per risarcirsi della condizione di figlio unico, ma perché vuole che in casa sua ci siano molte sfumature di successo. Per il successo sta allevando tutti loro; Ikenna, Boja, Obembe, Benjiamin ‒ che sono i più grandi e hanno dai quindici ai dieci anni ‒ saranno ingegneri, medici, politici. Per i piccolissimi David e Nkem, l’unica femmina, si vedrà. Padre è un illuminato, legge il “Guardian” e osserva i suoi figli di sottecchi, vigila come un falco pronto a ghermire e allontanare da loro giochi e distrazioni al minimo cedimento del rendimento scolastico. Proprio le ambizioni che nutre per la sua famiglia lo spingono ad accettare il trasferimento che la Banca di Nigeria per cui lavora gli propone e a lasciare la famiglia a Akure spostandosi da solo a Yola, a centinaia di chilometri di distanza. Padre diventa in breve una presenza discontinua, che si palesa ogni due o tre settimane per somministrare lodi o castighi in base ai rapporti che riceve da Madre. I quattro fratelli vivono la loro vita per la prima volta liberi, per quanto eternamente incombente il controllo non può che allentarsi, complice anche la distrazione della madre presa dalle cure dei due piccolini. Per salvarsi dalla noia scoprono dove i genitori hanno nascosto i videogiochi in occasione della minaccia di bocciatura per Ikenna; ben presto si tuffano a capofitto in questa nuova libertà, esplorano, ogni giorno spostano un po’ più in avanti i confini del loro mondo. Tentano dapprima approcci con i ragazzini del quartiere, ma, la loro qualifica di “figli di Mr. Argwu” fa sì che vengano tenuti a distanza, fatti bersaglio di rancore e percosse. I ragazzi finiscono per avventurarsi fuori dal villaggio, lungo il fiume Omi-Ala, luogo proibito dalle famiglie e interdetto dal governo a causa di alcuni eventi che si sono verificati in passato. I ragazzi diventano pescatori! Le settimane che trascorrono acchiappando girini con le latte e pesci che nasconderanno sotto i letti finché la puzza non si farà insopportabile, sono le ultime felici della loro vita e segneranno per tutti la drammatica fine dell’innocenza. Il primo a perdersi sarà Ikenna, che reagirà con violenza alla frustrazione e al terrore che le parole del pazzo e veggente Abulu gli instilleranno nell’anima. Le loro avventure non saranno solo causa della più intensa, epica scarica di frustate che abbiano mai subito, ma, la parola “pescatori” assume un tono di insulto sulle labbra di Madre, di sfida su quelle di Padre. Saranno proprio le parole di sfida di Padre che lo incita a “diventare pescatore di successi”, che salveranno l’equilibrio mentale del giovane Ben, che trasformeranno un bambino di dieci anni alle prese con la più terribile responsabilità che le spalle di una persona possano sopportare…

I pescatori è un capolavoro assoluto in lingua inglese, che nel 2015 ha portato l’esordiente Chigozie Obioma ‒ nigeriano trapiantato in Nebraska, alla cui Università insegna ‒ in finale al prestigioso Man Booker Prize e gli è valso molti altri premi. Anche se nella traduzione italiana perde un po’ di smalto linguistico, rimane un testo potente, evocativo e al contempo delicato, che scandaglia l’animo umano con gli occhi di un bambino di dieci anni, mantenendo un’assoluta credibilità. Può sembrare banale ma è la credibilità uno dei più vistosi punti deboli della narrazione adulta del punto di vista di un bambino, e, se è difficile raccontarne uno, Obioma ottiene un risultato sorprendente quando ce ne propone ben cinque o sei! Come dice correttamente Ben, io narrante della storia, i bambini non hanno il senso del tempo e del passato, non hanno rimpianti e Obioma è molto bravo a mettere il lettore di fronte alla brutale cesura tra la vita di bambini dei protagonisti e il loro passaggio alla vita adulta, brutale, forzato dagli eventi e determinato da eventi e forze ataviche che non sono stati in grado di controllare. Altro tema molto delicato e spesso causa di controversie nella produzione letteraria post-coloniale è il rapporto con le tradizioni, spesso superstizioni, con l’atavismo della cultura di origine. Obioma è riuscito a trattare con un approccio pacificatore, un occhio rispettoso, un tocco ironico leggero come una piuma temi come la religione pre-cristiana, le superstizioni che sono la causa per la quale Ben perderà dieci anni della propria vita e Ikenna infinitamente di più. I ragazzini reagiscono con i pochi strumenti a loro disposizione allo sgomento che la trasformazione di Ikenna, il suo chiudersi in un mondo reso impenetrabile dalla sua stessa paura. I bambini pescatori di Obioma sono un mondo se stante, non c’è mai complicità tra loro e il mondo degli adulti, sono due realtà che non comunicano mai davvero, che si parlano, si osservano e si fraintendono come pesci che nuotino in acquari contigui, costantemente separati da una barriera che sembra infrangersi per un attimo, nella bellissima scena di comunicazione non verbale tra un atterrito Benjamin e suo padre in tribunale; uno sguardo, quello che passa tra loro, che ha la potenza di un abbraccio e il sapore dell’accettazione.



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