I primi uomini sulla Luna

Ottobre 1899. Il signor Bedford, giovane con il piglio dell’imprenditore ma con scarsa fortuna, dopo l’ennesimo rovescio finanziario decide di recarsi nella sperduta località di Lympne, nel Kent, per scrivere una commedia e farci qualche sterlina. Ben presto Bedford scopre che scrivere una pièce teatrale (e per giunta di successo) è meno facile a farsi che a dirsi. Passano i giorni, e l’uomo alterna meditazioni e scrittura a lunghe passeggiate nei pressi del solitario bungalow di fronte al mare in cui si è rinchiuso. Portus Lemanus, il maggiore porto della Britannia romana, era proprio da quelle parti, e le rovine che lo testimoniano affascinano Bedford, che si sorprende spesso a rimuginare sulla passata grandezza di quei luoghi. Sin dal suo arrivo però i suoi pensieri, la sua scrittura e il paesaggio suggestivo sono stati turbati per qualche minuto tutti i giorni dalla visione di un bizzarro individuo, vestito un po’ da ciclista e un po’ da giocatore di cricket, che è solito vagare per i dintorni emettendo un ronzo acuto con la bocca. Dopo quattordici giorni, in piena crisi creativa, Bedford decide di fermare lo strano tipo e parlarci. L’uomo, che si chiama Cavor, afferma di essere uno scienziato e di fare la sua passeggiata quotidiana talmente immerso nei suoi pensieri da nemmeno accorgersi del suo strano comportamento. Tra i due si sviluppa una cortese amicizia, finché Cavor non invita Bedford nella sua villa poco lontana – dove vive e lavora con tre stolidi assistenti –per illustrargli le sue ricerche scientifiche. L’imprenditore annusa subito l’affare: la portata dei ragionamenti di Cavor è enorme, ma egli pare non vedere le implicazioni commerciali delle sue scoperte. Per esempio afferma di poter sintetizzare una sostanza, che ha battezzato “cavorite”, “opaca alla gravitazione”, ovvero capace di annullare la forza di gravità. Bedford già vede l’impatto che una simile sostanza potrà avere sui mezzi di trasporto e si vede già ricchissimo: esorta quindi lo scienziato a passare alla fase pratica delle sue ricerche e a sintetizzare senza indugio la cavorite…

Pubblicato per la prima volta a puntate tra dicembre 1900 e agosto 1901 sullo “Strand magazine” e subito dopo in volume, I primi uomini sulla Luna (il titolo originale First men in the moon è – come vedrete – molto più preciso) ha un’importanza storica che va ben oltre il suo valore letterario. È infatti il primo romanzo di fantascienza da cui sia stato realizzato un lungometraggio, un vero e proprio film: con lo stesso titolo, diretto da Bruce Gordon e J.L.V. Leigh, nel 1919 (ma la riduzione cinematografica di maggior fortuna rimane lo sgangherato Base Luna chiama Terra del 1964, con le creature in stop-motion del mitico Ray Harryhausen). E non solo: è stato il primo romanzo del fortunatissimo sottogenere “insetti alieni sociali” con i suoi esili Seleniti. Come ne La macchina del tempo, Wells immagina una distopia feroce e inquietante in cui gli strati sociali sono plasticamente raffigurati dalla vicinanza alla inospitale superficie della Luna, sulla quale a ogni tramonto tutta la vita si estingue, per rinascere al sorgere del sole. Nelle cavità del nostro satellite si è formata una dittatura spietata paragonabile a un formicaio, governata dal Gran Lunare, un essere dal cervello enorme che gestisce le vite dei Seleniti con un approccio spietatamente funzionale. Fatalmente anacronistico ma godibile (e molto più divertente dei due libri di Jules Verne sull’argomento, che però sono di trentasei anni più vecchi), il romanzo ha avuto curiosamente scarsa fortuna editoriale in Italia rispetto ad altri classici di Wells.



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