I promessi sposi

Novembre 1628, Lecco. Il pavido curato Don Abbondio sta tornando a casa quando viene intercettato da due “bravi”, cioè da due esemplari di una categoria che da decenni terrorizza la popolazione lombarda e contro i quali invano più di un governatore spagnolo ha emesso ordinanze e dichiarato tolleranza zero. Si tratta di uomini armati e senza scrupoli di solito al soldo di signorotti locali, in questo caso di un tal Don Rodrigo, che si è incapricciato di una bella e schiva operaia tessile del luogo, Lucia Mondella, e ha scommesso con il cugino Attilio che riuscirà ad impalmarla. Saputo però che la ragazza sta per sposarsi con il giovane filatore di seta Renzo Tramaglino, ha mandato i suoi sgherri a minacciare il curato affinché rimandi le nozze almeno fino a quando non si sarà tolto le sue voglie. Don Abbondio cade nel terrore più assoluto e il giorno dopo millantando un non precisato malanno fisico e una serie di fumosi impedimenti burocratici rinvia le nozze a data da destinarsi. Renzo, imbufalito, indaga presso Perpetua, l’anziana governante del curato, e intuisce che qualcosa non quadra: strappata la verità al tremebondo prete, torna a casa disperato. Lucia e sua madre Agnese lo consolano un po’, e tutti assieme decidono di recarsi per un consulto dall’avvocato Azzeccagarbugli, che però si rivela un traffichino corrotto e colluso con Don Rodrigo e non fa nulla per aiutare la giovane coppia. L’unica speranza dei giovani pare a questo punto essere Fra Cristoforo, un sant’uomo dal passato oscuro al quale Lucia e Renzo aprono il cuore. Seppur timoroso della reazione dell’arrogante signorotto locale, il frate cappuccino si reca al palazzo di Don Rodrigo per farlo recedere dal suo orrendo capriccio...

Il romanzo che da sempre la critica letteraria identifica come il capostipite della moderna Letteratura italiana avrà pure una gestazione tormentata e una forma stilistica articolata e complessa, ma in compenso ha un impianto ideologico sostanzialmente lineare. Il messaggio chiaro e forte è: le classi più umili (“(...) gente meccaniche, e di piccol affare”) sono al centro del progetto divino e quindi devono diventare anche protagonisti della Storia. Un umanesimo cristiano/socialista che Alessandro Manzoni impernia per sua stessa ammissione su tre principi: “il vero per soggetto” (cioè il ricorso a eventi storici realmente accaduti), “l'utile per iscopo” (il fine morale e didattico del plot, ricco di metafore e personaggi fortemente archetipici) e “l'interessante per mezzo”(l’argomento moderno e accattivante). Artificio narrativo per nulla originale, un immaginario manoscritto seicentesco finito in mano allo scrittore lombardo, che nella sua prefazione al romanzo finge di esser partito dall'intenzione di limitarsi a trascriverlo e renderlo pubblico, per poi – una volta resosi conto che lo stile ampolloso e obsoleto avrebbe penalizzato un plot favoloso (“(...) luttuose traggedie d'horrori, e scene di malvaggità grandiosa, con intermezzi d’imprese virtuose e buontà angeliche, opposte alle operationi diaboliche”) – aver preso il coraggio a due mani e averlo riscritto completamente. Un processo che a dire il vero, manoscritto o non manoscritto, è partito nel 1821, quando Manzoni – secondo recenti ipotesi accademiche ispirandosi alle malefatte di tale Paolo Orgiano, nobile vicentino stupratore e violento condannato al carcere a vita nel 1607 - cominciò la stesura di Fermo e Lucia, finito nel 1823 ma mai pubblicato (lo diede alle stampe solo nel 1915 Giuseppe Lesca col titolo Gli sposi promessi). Una seconda stesura uscì nel 1827 con il titolo chilometrico I promessi sposi - Storia milanese del sec. XVII, scoperta e rifatta da Alessandro Manzoni, ma ancora l’autore non era soddisfatto, e considerava il romanzo troppo legato a un gusto squisitamente lombardo, localistico. Non a caso decise per la stesura definitiva di “risciacquare i panni in Arno”, cioè di sottoporre il testo a un lavoro di editing a Firenze (grazie anche a prestigiosi collaboratori) che lo rendesse linguisticamente più compatibile col nascente gusto “italiano”. Editing che si concluse nel 1840, con la pubblicazione della versione de I promessi sposi che oggi consideriamo quella di riferimento. E che riletta a quasi due secoli di distanza mantiene ancora una bella vitalità, malgrado ci si sia ormai del tutto disabituati alla tipica ingerenza del narratore ottocentesco nel plot, continuamente infarcito di considerazioni moraleggianti, meta-narrazioni e digressioni.Tra grand guignol (la peste, l’Innominato), feuilleton (Fra Cristoforo, la monaca di Monza) e commedia all’italiana ante litteram (Azzeccagarbugli, Don Abbondio) centinaia e centinaia di pagine volano via in fretta, spazzando via scorie e rancori dei tempi della scuola a colpi di trovate narrative e linguaggio scintillante. Solo una cosa, messer Manzoni: decisamente troppi preti in giro.



 

 

 

 
 
 
 

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