I racconti di Pittsburgh

I racconti di Pittsburgh
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Paul deve comparire davanti al consiglio del liceo di Pittsburgh. Il suo comportamento degli ultimi giorni ha costretto gli insegnanti a sospenderlo per una settimana e a convocare il padre per un colloquio nell’ufficio del preside. Eppure Paul sembra non preoccuparsi minimamente dell’opinione dei genitori e dei docenti: entra in sala insegnanti come se niente fosse, con un sorriso stampato sulle labbra sfoggiando un vistoso garofano rosso all’occhiello di un cappotto marrone sfilacciato e usurato. Gli insegnanti lo accusano di essere indisciplinato e sfacciato, ma Paul garantisce nella maniera più educata possibile che il suo unico desiderio è quello di tornare a scuola. Predise ed insegnanti lo osservano attoniti: sanno perfettamente che sta mentendo, conoscono quello sguardo beffardo e quel disprezzo che Paul non fa il minimo sforzo per nascondere... Marshall McKann segue la moglie e l’amica imprecando mentre sale i gradini del palcoscenico della Carnegie Music Hall. Se non fosse stato per quell’impicciona della signora Post - che ha trovato all’ultimo minuto dei posti a sedere in prima fila e per giunta su delle scomodissime seggioline pieghevoli, adesso non sarebbe costretto a sorbirsi un intero concerto. L’amica della moglie se ne è uscita la sera prima che sarebbe stato un delitto non assistere ad un’esibizione di Kitty Ayrshire, quella donna che McKann non era andato a vedere nemmeno quando era stato a Parigi per lavoro! Secondo il suo modo di pensare la Ayrshire è una donna fin troppo pubblicizzata; “la sua immagine veniva fatta continuamente passare davanti agli occhi degli americani come qualcosa di cui andare orgogliosi”. Ebbene: adesso eccolo lì, suo malgrado, in attesa, accaldato e scomodo, su una sedia troppo piccola per lui e con una fila di faretti che gli accecano gli occhi...

Per il suo primo racconto, Il caso di Paul. Uno studio sul carattere, Willa Cather prese spunto da un fatto di cronaca dei suoi tempi, quello di uno studente universitario morto suicida. E così secondo il motto a lei caro “Lascia che le storie nascano dalla terra che calpesti”, entrambi i racconti sono intrisi di quotidianità, del grigiore di Pittsburgh contrapposto alla vitalità ed al colore di New York. Attraverso gli occhi di Paul vediamo la provincia - fortemente industrializzata in cui a prevalere sono i toni di grigio e in cui le persone stesse sembrano adattarsi all’ambiente - contrapposta al miraggio della Grande Mela (“Forse perché, nel mondo di Paul, la quotidianità quasi sempre indossava la maschera della bruttezza[...] Forse perché tutto il resto della propria esistenza era così pieno di picnic con la scuola religiosa, di piccole economie, di sani consigli su come avere successo nella vita, e dei tipici odori della cucina, trovava quel mondo lontano, quegli uomini eleganti e quelle donne attraenti tanto allettanti, e si sentiva così smosso dai meravigliosi frutti che fiorivano perennemente sotto le luci della ribalta”). Questa dicotomia torna nel secondo racconto, La scarpetta d’oro, in cui a Kitty donna libera e anticonformista della città si contrappone il gretto uomo d’affari Marshall che proprio non comprende l’utilità dell’arte e che rimane sconvolto dall’abbigliamento e dai modi della cantante di città. E il confronto verbale che i due hanno sul treno e che si conclude con una Kitty vittoriosa è di una attualità sorprendente: “La sua natura la spinge a temere tutto ciò che è nuovo, esattamente come io sono tentata a provarlo [...] Ma lei, amico mio, si spaventerebbe persino a provare una nuova schiuma da barba. Non è la gravità a tenere i mondo al proprio posto, ma la pigra e obesa codardia degli uomini che lo abitano”. Willa ‒ con il suo stile ricco, colto ed ipnotico ‒ è un po’ Paul con “il desiderio morboso di cose nuove, luci soffuse e fiori freschi” ma è soprattutto Katty, con la sua insofferenza verso i ruoli attribuiti dalla società e contro le convenzioni che schiacciano la nostra interiorità e le nostre aspirazioni. Due piccole perle, questi racconti pubblicati in una veste editoriale originale, dal sapore antico e che ricorda i piccoli taccuini da viaggio, che tanto ci raccontano di una scrittrice di frontiera ancora purtroppo poco letta in Italia. Anticonformista e coraggiosa (da ragazza si vestiva da uomo e portava i capelli corti e si faceva chiamare dagli amici intimi William), lontana dalla folla, Willa è sorprendentemente quanto mai attuale e attraverso i suoi protagonisti ci ammonisce: “Il mondo è piccolo, le persone sono piccole e la vita è piccola. Esiste solo una cosa grande: il desiderio”.



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