I re neri

Nascosto dietro alla bellezza di Magdalena Parillaud avvampa il fuoco dell’odio. È bionda, dimostra poco più di trent’anni ma ne ha quarantuno, ha due tette così, fa impazzire gli uomini ma li ricambia con una freddezza da serpente. E quando si tratta di far soldi non guarda in faccia a nessuno. Non va praticamente da nessuna parte senza Bobby Frechette, il taciturno e monumentale nero che le fa da guardia del corpo e ogni tanto da compagno di letto. Ma alla Casa di Pietra ci va da sola. La Casa di Pietra e quello che vi è nascosto sono i suoi segreti. Si tratta di un parallelepipedo di cemento e acciaio senza finestre sperduto nella campagna della Louisiana, in riva al Mississippi, presso il quale Magdalena - o come la chiamano tutti, Lenna - si reca il primo giorno del mese, ogni mese, da dodici anni. E lo fa solo per odio. Anche oggi ha percorso in Mercedes chilometri e chilometri tra i campi coperti di agrostide - campi di sua proprietà, che lascia incolti per vezzo dato che può permetterselo, visto che possiede anche una concessione petrolifera, un’industria farmaceutica, un casinò e una sterminata quantità di proprietà immobiliari - e poi, una volta raggiunta la sua meta, ha parcheggiato. Le si fanno incontro i due fidati custodi, i fratelli Jessup, con i loro cani feroci. E la aggiornano sulle condizioni del prigioniero. Dell’uomo che Lenna - la bella Lenna, la ricca Lenna, l’insospettabile Lenna - da tanti anni tiene in gabbia…
Segreti terrificanti, ricatti spietati, vendette velenose, sesso, tortura, violenza e morte. Torna in libreria con un titolo diverso dal più fedele - e più suggestivo - Re macchiati di sangue con cui è uscito nel 1996 per Mondadori e nel 2012 da BD (da qui la necessità di cambiare il titolo, suppongo) il secondo romanzo che Tim Willocks ha dedicato a Cicero Grimes, lo psichiatra macho e maledetto che ama guardare nell’abisso e quindi, come ci insegna il buon Nietzsche, l’abisso etc etc. L’ambientazione cajun è perfetta malgrado l’autore sia inguaribilmente britannico e la scrittura, che correttamente Linwood Barclay nella sua prefazione definisce “fiera e impavida”, descrive con simmetrica ferocia il vissuto dei vari personaggi e il modo torbido e disperato in cui le loro vite si intrecciano, come filo spinato nella carne. Davvero una prova da maestro del noir.

 

 

 

 
 
 
 
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