I ribelli degli stadi

I ribelli degli stadi

Nel 2018 ricorre il mezzo secolo dalla nascita dei primi gruppi ultras italiani, quindi può essere l’occasione per fare chiarezza e gettare luce su questo movimento molto più variegato di quanto certi pregiudizi facciano pensare. Gli ultras non sono solo teppisti, facinorosi, drogati e violenti, ma anche un baluardo del romanticismo nel calcio che sta sparendo. Se si volesse indagare la contrapposizione violenta fra tifosi si potrebbe ritornare addirittura al 59 d.C., quando nell’anfiteatro di Napoli uno spettacolo di gladiatori era finito fra risse e sassaiole fra pompeiani e nocerini. Insomma, l’odio sportivo che acquista anche una valenza politica o campanilistica parrebbe una cosa connaturata all’animo umano. Il termine “ultras” in francese indica una posizione oltranzista in ambito politico, ed è passato solo successivamente a designare le frange estreme del tifo organizzato. La genesi del movimento ha connessioni – quantomeno cronologiche – con gli anni della contestazione giovanile: le occupazioni delle facoltà avvenivano pressoché in simultanea con la formazione dei primi gruppi del tifo organizzato. Poi la crescita costante, l’exploit degli anni ’80 (quando si indossava il parka, l’eskimo o il classico “chiodo” a seconda del credo politico) e l’apice raggiunto negli anni ’90 (quando si ammiravano campioni come Ronaldo e Zidane o i nostrani Baggio e Del Piero). Poi il declino, il crollo della passione con l’avvento delle pay tv, gli episodi sempre più frequenti di violenza e le misure restrittive come la tessera del tifoso…

Il lavoro che Pierluigi Spagnolo ha realizzato per scrivere I ribelli degli stadi (con prefazione di Enrico Brizzi) è sicuramente degno di nota. Questo saggio che analizza nel profondo il movimento ultras italiano è infatti caratterizzato da precisione e rigore documentaristico; il tutto è corredato dalle fonti consultate poste in appendice, oltre che da ingente materiale fotografico. Azione e rivalità, il culto della curva più che della squadra in sé, la voglia di prevalere sugli altri nel calore sprigionato prima che sul rettangolo verde, la dialettica amico-nemico: questi sono i punti che costituiscono il credo di un ultras, e tutto potrebbe essere sintetizzato con lo slogan “A noi della partita non ce ne frega un cazzo”. Il calcio è spesso stato visto come una valvola di sfogo, come se fosse preferibile il divampare delle frustrazioni della gente all’interno dello stadio piuttosto che negli ambienti della lotta politica. Ci sono infatti una serie di variabili oltre alla pure passione per lo sport: ci sono tifoserie dichiaratamente di destra (Inter, Lazio, Verona) e altre di sinistra (Genoa, Atalanta, Livorno), ci sono diffide e daspo esibiti come medaglie al valore, ci sono i bauscia nerazzurri contrapposti ai casciavit rossoneri. La curva è il punto di incontro per eccellenza, il luogo di ritrovo di classi sociali lontanissime e normalmente in opposizione, e in fin dei conti la violenza quasi sempre si incanala negli argini della scazzottata e lì rimane, come se tutto fosse regolato da un codice non scritto e da un’etica interna. Ovviamente vengono passati in rassegna più o meno tutti gli eventi tragici che hanno caratterizzato il calcio italiano degli ultimi anni: dalla tragedia dell’Heysel al motorino lanciato a San Siro, dall’uccisione di Vincenzo Spagnolo a episodi recenti come le morti di Filippo Raciti, Gabriele Sandri e Ciro Esposito. Unico difetto del libro è forse l’utilizzo eccessivo di dati. Il rischio è quello di sommergere il lettore (specie qualora questi tenda ad annoiarsi facilmente) con una grande mole di dettagli che si susseguono senza soluzione di continuità.



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