I ribelli e l’astronave

I ribelli e l’astronave

Anno 1968 dell’Era Galattica. Nonostante il suo grandissimo potere, la Repubblica non controlla ancora la Frontiera. Un grosso vantaggio per Wilson Cole, pragmatico comandante dell’astronave da guerra “Theodore Roosevelt”. Dopo la ribellione alla Repubblica e l’ammutinamento, Cole si è fatto una discreta reputazione fra i sistemi stellari della Frontiera: tutti i suoi nemici conoscono le sue doti da stratega, la sua estrema riluttanza a ricorrere alla forza. Cole non ha più bisogno di usare i cannoni di bordo per vincere le sue battaglie, non se può evitarlo. È risaputo in quasi tutti i sistemi solari della Frontiera: se Cole dà la sua parola, la mantiene. Non esiste mercenario più affidabile di lui in tutto lo spazio esterno alla Repubblica, se si vogliono risolvere certi problemi con le flotte dei signori della guerra. Questa sua reputazione, purtroppo, è anche l’inizio della sua rovina perché ora la Repubblica è costretta a ingaggiare battaglia...

Un classico libro di Mike Resnick. O quasi. Pubblicato in America nel 2008, questo romanzo rappresenta il quarto capitolo della saga Starship. Iniziata da Resnick nel 2005 con il romanzo Gli ammutinati dell’astronave (Starship: Mutinity), la saga volge al suo penultimo episodio. Stavolta Wilson Cole e il suo equipaggio saranno chiamati a una svolta epocale e ad affrontare di petto le forze preponderanti della Repubblica. Come andrà a finire? A una prima lettura questo romanzo, come del resto i precedenti episodi della saga, può apparire come una space opera vecchia maniera. Azione, avventura, peripezie più o meno serrate e, finalmente, grandi battaglie spaziali. Innegabilmente il romanzo è costituito da tutti questi elementi. Si tratta di una lettura coinvolgente, che mira ad afferrare il lettore alla gola e trascinarlo fino all’ultima pagina in un crescendo di avvenimenti e pathos. Tutto come si faceva una volta, ai tempi di un Williamson o Asimov. I lettori ben abituati, anzi, potrebbero perfino storcere il naso nel ritrovarsi personaggi poco delineati calati in situazioni ora drammatiche, ora gustose e divertenti. Eppure, proprio in romanzi come questo, si nota appieno il grande mestiere dello scrittore. Resnick mostra qui ‒ come era già successo nei precedenti capitoli della saga ‒ una scrittura semplice ma pregnante. Descrizioni essenziali, eppure ricche di particolari; frasi scarne, ma iconiche; periodi sincopati e, al contempo, carichi di tensione emotiva. Forse, è proprio da romanzi come questo che possiamo comprendere come mai un autore del genere sia ancora largamente sottovalutato presso certi lettori. Il problema di Resnick, ma anche il suo grande pregio, è la ricerca della semplicità: la dimensione epica passa dalla scorrevolezza del linguaggio. Leggendo questo romanzo si ha, insomma, la sensazione di osservare un gigantesco affresco dipinto a tinte forti e con poche, essenziali, pennellate. Non servono frasi roboanti, complicate introspezioni psicologiche, per delineare a tutto tondo un personaggio o una scena. Non a Mike Resnick, perlomeno.



 

 

 

 
 
 
 

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