I senza Stato

I senza Stato

Siamo abituati a pensare al nostro pianeta, dal punto di vista geopolitico, come a un insieme di quasi duecento Stati sovrani che ciascuno a suo modo gestiscono il potere in maniera autonoma e indipendente, in regime di mutuo riconoscimento. Certo, ogni tanto qualcosa cambia, ma il mondo resta pur sempre quel posto in cui, alla fine, tutti gli Stati si incontrano all’ONU e votano il da farsi. Stanno veramente così le cose, o è questa un’immagine deformata dall’abitudine e dalla propaganda? Tanto per cominciare, i tre quarti di questi Stati emergono di fresco dal dominio coloniale, e c’è il sospetto legittimo che la loro nascita sia tutt’altro che spontanea. Ma, soprattutto: cos’è che ci fa pensare che questa organizzazione sia la migliore possibile (se non addirittura necessaria)? In fin dei conti, quella di “Stato nazionale” è un’idea relativamente recente e frammentata. Perché allora non guardare a come funzionano le società primitive, aliene alla stessa idea di Stato? Non in un ingenuo slancio di semplificazione (ove non di nostalgia), ma in un esame critico di possibilità che non dovremmo liquidare come assurde, solo perché diverse...

Questo di Andrea Staid, saggio di teoria politica che strizza più di un occhio all’anarchismo, parte con le migliori intenzioni, ma non sempre arriva dove (ovvero come) vorrebbe. È lodevole l’intento di parlare di autodeterminazione e di democrazia diretta in un momento storico in cui gli uomini sembrano “contare” solo per il loro contributo al PIL, ma spesso la trattazione non è all’altezza delle aspettative. L’autore, per fare un esempio, dedica una nota con tanto di citazione bibliografica al concetto di “democrazia” quale “potere del popolo”: definizione che si potrebbe ritrovare su qualunque dizionario della lingua italiana; non supporta però, con altrettanta puntualità, un’affermazione forte (e probabilmente discutibile) come quella per cui, alla maggior parte degli studiosi di scienze sociali, sfuggono certi fenomeni (che lui invece tratta). Insomma: non un libro mal scritto, ma uno studio dall’ambizione sovradimensionata rispetto all’esito.



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