I sommersi e i salvati

I sommersi e i salvati

La memoria umana è uno strumento limitato: gli oppressori tendono a rimuovere le proprie colpe, gli oppressi a ridimensionare i dolori subiti, per non essere schiacciati dal loro ricordo. Nonostante questo è necessario raccontare le atrocità dei campi di sterminio nazisti non solo per una precisa istanza etica, ma perché è necessario, perché la parola diventa unico strumento per sondare e analizzare la realtà, per guardare in faccia l’orrore senza distogliere lo sguardo. Parte da questa premessa I sommersi e i salvati, l’ultimo lavoro di Levi che vide la luce nel 1986, appena un anno prima della scomparsa del suo autore. Una sorta di testamento morale che riassume le considerazioni sul nazismo, sui lager, sulla rimozione della colpa tedesca finita la guerra e sull’animo umano in generale che Levi aveva maturato in tutti i suoi libri. Che dimenticare sarebbe più semplice sia per gli oppressori che per le vittime Levi lo afferma dall’inizio; nella concezione stessa dei campi di concentramento era già insita la loro indicibilità: i nazisti ripetevano ai prigionieri che se anche fossero usciti un giorno nessuno avrebbe creduto alla rivelazione di una realtà così abominevole. Annichiliti dalla portata del male che si accanisce contro di loro anche i reclusi sentivano che non sarebbero stati compresi, che lo sterminio programmato scientificamente era talmente al di là dell’immaginario umano che non sarebbe stato mai accettato come un fatto accaduto realmente...

La forza dell’analisi di Primo Levi non è solo quella della testimonianza, quanto il suo sfuggire alle facili dicotomie tra vittime e carnefici, senza mai perdere di vista il confine che li separa. Nel lager c’è una “zona grigia” che comprende tutti i “privilegiati”: quelli che sono riusciti ad avere un compito di sorveglianza o di piccola manovalanza o addirittura ad esercitare il proprio mestiere all’interno del campo. Questo a volte è riuscito a salvarli dalla morte a discapito di chi invece è stato sommerso, a costo di sensi di colpa e vergogna una volta liberati. La vergogna dei sopravvissuti è un male interiore a cui è difficile sfuggire: vergogna per quello che si è patito, per quello che si è stati costretti a subire e a fare nel lager. Levi ricorda di aver negato l’acqua a un suo compagno e che questa memoria lo perseguita ancora, di ricordare invece come un momento di luce in mezzo alla disperazione il giorno in cui aveva aiutato un ragazzo appena entrato nel campo a capirne le ferree e insulse regole. Nel disegno nazista non c’era solo la distruzione fisica degli ebrei quanto piuttosto il loro annientamento morale in quanto uomini, la loro trasformazione in animali tesi solo alla propria sopravvivenza. A questo servivano i rituali del campo: le attese interminabili per l’appello in piedi nel fango, doversi rifare il letto in maniera accurata quando non si aveva neppure un cucchiaio per mangiare, il marchio del numero sul braccio, la nudità imposta. Violenze “inutili”, che non si pongono uno scopo pratico se non quello di svalutare la vittima come essere umano di fronte ai carnefici, ché potessero compiere meglio il loro lavoro di aguzzini. Levi tenta a lungo di capire come è stato possibile per l’intero popolo tedesco permettere l’esistenza dei lager, divenendone complice attivo o anche solo passivo, facendo finta di non vedere ciò che accadeva a un passo. Lo scrittore non riesce a darsi una risposta definitiva: quando Se questo è un uomo viene tradotto in Germania spera di riuscire a instaurare un dialogo con i suoi lettori tedeschi, qualche indizio che faccia luce sulle atrocità di quel periodo. A scrivergli invece saranno solo giovani o persone non compromesse con il nazismo: uno solo invierà una lettera negando l’odio verso gli ebrei e giustificandosi con la rigida educazione ricevuta durante il regime totalitario.



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