I tempi nuovi

Nella Milano della seconda cintura e ancora più in là, in quella della periferia che arriva fino a viale Monza, si consuma il delitto di un ragazzo perbene, studente universitario serio e razionale trovato morto con un colpo alla testa e i calzoni abbassati all’interno della sua auto, la sparizione di un ricercatore universitario al di sopra di ogni sospetto e il goffo tentativo di stalking di un liceale ai danni di una sua compagna di scuola. Dell’omicidio dello studente si occupano formalmente i sovraintendenti Ghezzi e Carella, della misteriosa sparizione del ricercatore la neonata agenzia investigativa di Oscar Falcone – che si avvale della collaborazione dell’agente Cirrielli e del suo amico, il famoso autore televisivo Carlo Monterossi – e dell’adolescente stalker lo stesso sovrintendente Ghezzi, con una sua personale squadra improvvisata. E mentre i “buoni” stanno cercando di operare per il bene e la legalità, i “cattivi” dall’altra parte della città si stanno organizzando per non farsi scoprire, tenere in piedi nel migliore dei modi la loro attività criminale e vendicarsi anche di chi sembra sapere troppe cose su di loro e tenta per questo di ricattarli. Intanto, l’impenitente semi-romantico e sciupafemmine Carlo Monterossi deve adattare il suo format di maggiore successo ai tempi nuovi e contemporaneamente fare “compagnia” all’affascinante e impenetrabile moglie del ricercatore scomparso. Il destino fa il resto e intreccia tutto questo e tutte le vite parallele proprio nell’omicidio del giovane universitario, la cui morte rimane assolutamente l’enigma da risolvere…

“Quanto lontano volete andare? ci chiese Ruby in un sospiro. Continueremo ad andare finchè le ruote non ci andranno a fuoco”. Dico subito che I tempi nuovi non è un brutto romanzo. Si legge bene. La storia è accattivante e i personaggi adorabili e costruiti con intelligenza e cognizione di causa, tanto da essere tutti credibili e fascinosi. Però. Il però è che Robecchi non si schioda dal “suo”, di personaggio, e continua a scrivere, più o meno, con qualche variante, la solita storia. Con il suo stile e con il suo linguaggio nervoso, attuale, “scafato” che la prima volta ti piace da morire, la seconda ti entusiasma meno e all’ennesima ti vien voglia di chiamarlo al cellulare e dirgli: “Smetti!” come si dice in Toscana quando proprio non se ne può più. E poi cos’è questa ossessione spasmodica per i cinesi di Milano? Sembra che Robecchi abbia scoperto il primo piano come Carl Theodor Dreyer nel cinema muto dei primi del Novecento. Ce li infila dappertutto, come fossero la cosa più importante da raccontare ai lettori. Senza parlare dell’ormai stucchevole maschilismo autoriale (lo preciso, autoriale!), anche questo più che abusato Santo Graal della narrazione di ogni suo lavoro. Insomma ci si aspettava qualcosa in più: sarà che forse si dovrebbe far passare più tempo tra un romanzo e l’altro, sarà una questione di gusti ma la speranza è che Robecchi muti registro al più presto e torni a essere l’autore del magnifico Dove sei stanotte. Punto.



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