I traditori

I traditori

Il giovane barone veneziano Lorenzo di Vallelaura, figlio di un ufficiale della Marina imperiale austriaca, sbarca in Calabria nel 1844 con un pugno di volontari. L’intento è quello di spingere le plebi locali a insorgere contro il Regno borbonico. Ma i contadini percepiscono l’impresa del manipolo come l’intromissione di una banda di briganti e lo accolgono con accesa ostilità. Catturato e condannato a morte insieme ai compagni, il nobile veneziano riesce a salvare la propria vita arruolandosi come agente segreto alle dirette dipendenze del governo di Vienna. Parte per Londra, dove gli viene affidata la missione di spiare nientemeno che Giuseppe Mazzini, ritenuto dalle teste coronate di tutta Europa la minaccia più pericolosa per la sopravvivenza del loro potere. Ammesso nella ristretta cerchia dei suoi collaboratori, Lorenzo di Vallelaura lo segue come un’ombra anche nei suoi spostamenti a Parigi e a Milano, dove i due giungono nell’aprile del 1848, dopo l’ingresso delle truppe sabaude e la cacciata di quelle absburgiche. E riesce a mettere insieme, sul conto di Mazzini, un patrimonio di informazioni riservate talmente cospicuo e prezioso che, a questo punto, diventano di estrema utilità anche per Re Carlo Alberto, a cui il popolo italiano appare ambiguo, inaffidabile e fondamentalmente ingovernabile…

Il nuovo libro di Giancarlo De Cataldo è un curioso affresco storico dell’Italia risorgimentale, nel quale tenta di ricostruire vizi e debolezze delle vicende umane, ideali civili e culturali, motivazioni di ordine sociale ed economico, trame e complotti orditi dai diversi soggetti in campo nella lotta per l’unità d’Italia. Un sorprendente mosaico con cui De Cataldo disegna, davanti ai nostri occhi, un ampio e acuto panorama della condizione politica e morale di quello che allora era il Paese, togliendo il velo a ogni più edulcorata narrazione. Sono quasi seicento pagine di romanzo, a tratti coinvolgente e in altre più lento e dispersivo. Intendiamoci: all’idea di fondo non manca certo potenziale, né alla scrittura limpidezza e scioltezza stilistica; ma la prolissità, i dettagli minuziosi quanto poco necessari nei quali il libro spesso si perde, i personaggi scarsamente abbozzati che appaiono e scompaiono tra superflue divagazioni, costituiscono di fatto un peso gravoso per il lettore. Lodevole comunque – farraginosità a parte – l’impegno progettuale dell’autore di Romanzo criminale di aver qui costruito un romanzo storico capace di farci comprendere meglio le radici della nazione, la nostra storia e il nostro modo di stare al mondo.



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