I tre usi del coltello

I tre usi del coltello
Scorrendo la filmografia di David Mamet si nota immediatamente qualcosa che non torna, più di un particolare che sfugge alla comprensione del lettore. Quest'uomo ha messo la sua firma in film come Il postino suona sempre due volte di Bob Rafelson, Il Verdetto di Sidney Lumet, Gli intoccabili di Brian De Palma e Ronin di John Frankenheimer. Negli ultimi anni ha lavorato anche con Ridely Scott (scrivendo Hannibal nel 2001) e con Stuart Gordon nel 2005 per Edmond, firmato un numero imprecisato di opere teatrali e soprattutto girato un buon numero di film, tra cui l'ottimo Redbelt del 2008. Ma nonostante queste illustri collaborazioni, nonostante la celebrità dei nomi coinvolti e dei titoli a cui si fa riferimento, David Mamet non ha mai raggiunto il grande pubblico. Lo hanno raggiunto le pellicole che ha contribuito a creare, film, molti, ormai storicizzati e riconosciuti dalla critica come pietre angolari del cinema moderno quando non contemporaneo. Ma difficilmente il suo nome viene legato alle pellicole che portano la sua firma. Diversamente da molti colleghi che condividono la sua anonima sorte, i motivi di questa latitanza dalla ribalta della cronaca non è da ricercarsi in una manifesta scomodità critica, tematica o politica. Il suo non è un cinema (o un teatro) tanto feroce e tagliente da dover essere relegato ai margini, la sua non è una poetica così astrusa da negare ai più la fruibilità; al contrario Mamet è da sempre alla «permanente ricerca della felicità»...
I tre usi del coltello raccoglie la grande produzione teorica del regista che, ancora una volta, si dimostra abile (se non più abile) anche e soprattutto con la penna in mano. E non solo con quella che gli permette di scrivere film e opere teatrali, ma anche con quella che gli consente di fare del cinema sia un mezzo di intrattenimento (come lui stesso ha più volte sottolineato «il cinema deve divertire non cambiare le cose») che un media teorico da insegnare e con il quale confrontarsi. Il  Il libro si divide in tre grandi sezioni: nella prima, I tre usi del coltello, Mamet si interroga sulla natura del lavoro dello sceneggiatore e successivamante sull'obiettivo del raccontare storie; Dirigere un film è l’appassionante trascrizione di una serie di lezioni di regia che Mamet ha tenuto alla Columbia University e nelle quali si approccia alla settima arte in mondo estremamente semplice, lineare e didattico. La terza sezione del volume, Vero e falso, è interamente incentrata sulla figura dell'attore: non solo consigli per chi si trova a calcare set e palchi teatrali in queste vesti, ma uno sguardo anche a chi gli attori li deve dirigere. Nella nota introduttiva, Gino Ventriglia riassume perfettamente il carattere metaforico, aneddotico e spigliato del libro sostenendo che il metodo di Mamet «si dispiega più per suggestioni che per un argomentare sistematico ed esaustivo». Un altro colpo a segno sferrato da Minimum Fax.

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