I Vimana e le guerre degli dei

I Vimana e le guerre degli dei

Quattromila anni fa, nelle regioni del Punjab e del Sindh (attualmente in Pakistan), si sono sviluppate rispettivamente la città di Harappa e di Mohenjo-Daro, siti principali della cosiddetta Civiltà della Valle dell’Indo. Di essa, essendo stata scoperta solo negli anni Venti del ‘900, non si sa molto: la scrittura non è stata decifrata ed incerta è la causa della loro scomparsa, attribuibile forse a più fattori (invasione del popolo degli Arii, sparizione della rete idrografica del Ghaggar-Harka, interruzione delle rotte commerciali verso altri Paesi). Eppure, secondo alcuni studiosi, molte delle teorie costruite sulle informazioni fino ad ora raccolte sarebbero un falso. Innanzitutto, l’invasione ariana sarebbe solo una leggenda creata a tavolino dalla cultura occidentale che ha studiato questa civiltà: gli inni del RigVeda non citano affatto un’invasione, si fa riferimento a un popolo che vive in quelle regioni in maniera pacifica. Gli stessi inni vengono erroneamente fatti risalire al 1200 a.C. circa, mentre in realtà sarebbero stati composti attorno al 3900 a.C. in quanto al loro interno si descriverebbero eventi apparsi non dopo quella data. Ancora, altri studi vertono sull’impossibilità di datare l’apparizione della Civiltà della Valle dell’Indo intorno al 3300 avanti Cristo in quanto le due città di cui sopra (Harappa e Mohenjo-Daro) hanno un’organizzazione architettonica troppo complessa, dunque sarebbero il frutto di un processo di civilizzazione cominciato almeno attorno all’8000 a.C., se non prima. Da ultimo, bisognerebbe prestare maggiore attenzione in particolare a due poemi epici (Mahābhārata e Rāmāyaṇa), in quanto al loro interno sarebbero contenute delle informazioni scientifiche a cui la cultura occidentale è giunta solo da qualche secolo, oltre alla menzione reiterata dei Vimana, carri alati in grado di viaggiare via terra, via mare e via aria. Tutto ciò è qualcosa di possibile oppure si tratta solo di leggende o fantasiose teorie dei soliti adepti della Fantarcheologia?

La risposta a questa domanda, a detta dell’autore Enrico Baccarini e da Graham Hancock ‒ vero nume tutelare di questo ambito di ricerca e responsabile dell’introduzione ‒ è più che ovvia, altrimenti non si sarebbero disturbati nemmeno di scrivere una pagina. Il primo è un giornalista, scrittore, direttore della rivista “HERA” (che si propone di “indagare i misteri di ogni epoca e gli enigmi di ogni tempo”) con una passione per l’ignoto, per il mistero e, più in generale, molto informato sulle cosiddette fenomenologie dell’insolito (in questo senso sono da approcciare molti dei suoi scritti, tra i quali Italia Esoterica, Le foglie del destino e La caduta degli dei). Il secondo è un giornalista e scrittore scozzese, divenuto celebre per il suo lavoro al “The Economist”, oltre che per suoi libri sul Sacro Graal e sulle sue teorie su antichissime ed evolutissime civiltà preistoriche. Per scrivere questo saggio, l’autore italiano ha dovuto certamente fare numerose ricerche, leggendo una quantità mostruosa di miti, tradizioni ed indagando tra le credenze popolari. Il prodotto è questo I Vimana e le guerre degli dei, che si pone (quasi) totalmente in antitesi con tutto ciò che la comunità scientifica internazionale ritiene sia sostenibile sulla Civiltà della Valle dell’Indo. Un po’ pretestuoso come atteggiamento, verrebbe da dire, e magari lo è davvero, ma è impossibile negare che alcune delle tesi sostenute siano quantomeno affascinanti: calcolo pressoché esatto della velocità della luce, dell’età della Terra, formula per creare una scarica elettrica, composto chimico in grado di far passare un oggetto inosservato e, il pezzo forte, i Vimana, questi carri in grado di volare, che sono menzionati in almeno sedici testi. Che ciò possa essere tutto vero e pura storiografia sembra un tantino difficile, visto la base su cui sono poste queste congetture sono (per ora, in futuro chissà) solamente questi testi antichi. Riguardo alla veridicità di questo saggio, non è possibile aggiungere altro. Si può ben criticare però la lunghezza, la densità e, non da ultimo, il fatto che si dia per scontato un livello di conoscenza della cultura indiana piuttosto avanzato. Cosa che per la maggior parte del pubblico italiano è illusoria, e che rende questo libro piuttosto complicato da digerire, sebbene sia molto interessante.



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