I Will Rock You

I Will Rock You

“Quando salgo sul palco, cambio. Mi trasformo totalmente nel ‘grande showman’, il migliore di tutti. E dico così perché sono costretto a esserlo. Non potrei mai accontentarmi di essere secondo, piuttosto rinuncio. Devo pavoneggiarmi, devo afferrare il microfono in un certo modo. E mi piace farlo”. Questa l’essenza di Farrokh Bulsara, in arte Freddie Mercury. La voce dei Queen, indimenticabile personaggio del rock, trasformista, geniale nelle sue visioni barocche, nel suo essere avanti con i tempi (Bohemian Rapsody vi dice nulla?), martire consapevole, come moltissimi dopo gli anni ’80, dell’AIDS, perfezionista al limite del maniacale. Un vero e raro professionista del rock, come lo sono stati, mutatis mutandis, David Bowie (con cui ha collaborato in Radio Ga Ga), Michael Jackson e Frank Zappa fra gli altri. I grandi che non emergono solo grazie a spunti e trovate geniali, ma che lavorano su se stessi e sulla loro produzione a fondo, scavando e rigenerandosi attraverso lo studio (“Avevano abitudini rigide, come i pensionati” è la dichiarazione di Reinhold Mack, produttore di Monaco che ha collaborato con il gruppo). Il re del rock era così: lavorava allo sfinimento per raggiungere il massimo, e questo stacanovismo non è venuto meno neanche durante il periodo della malattia, quando sarebbe stato impossibile per molti lavorare a ritmi elevati…

La giornalista musicale Lesley-Ann Jones, fin dai primi anni Ottanta a stretto contatto con i Queen e il loro entourage, viaggia in questa biografia attraverso ricordi vissuti in prima persona e per questo più vivi e sinceri di una sterile biografia: anche quando parla degli anni della gioventù del cantante, lo fa attraverso interviste ad amici e conoscenti. Il libro parte infatti da una chiacchierata al pub con lo stesso Freddie, come se fosse un nostro amico. Un modus operandi che nelle pagine successive richiama i principali eventi della carriera del cantante: Live Aid, la fuga da Zanzibar, l’ossessione per Jimi Hendrix, l’esordio con Keep Yourself Alive nel 1973 e i successi internazionali con hit del calibro di We Will Rock You, The Miracle, Innuendo e molte altre canzoni. Lettura veloce, stile inglese, che non lascia spazio alla celebrazione ma che correttamente indaga anche le pieghe meno piacevoli della personalità dell’uomo che, come tutti i grandi, si annoiava della banalità e la noia del quotidiano: “È la peggior malattia del mondo. Io corro intorno al mondo come un pazzo, ma a volte penso che la vita non sia tutta lì: per giunta io mi annoio, perché non riesco a star fermo per tanto tempo, divento nervoso”. Un giusto distacco critico adatto sia ai fan che al lettore e ascoltatore occasionale.



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