Icarus

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Perché Ravenna è diventata “una provincia tra tante” dopo il crollo dell’impero Ferruzzi-Gardini? Cosa rappresentava Raul Gardini per Ravenna, e cosa per i ravennati? Che significato ha che sia morto nel giorno del santo patrono, sant’Apollinare, il 23 luglio 1993? Cosa stava capitando, in Italia, in quegli anni, e quanto aveva a che fare con Gardini? Com’è cambiata la quotidianità a Ravenna, da un anno all’altro, dopo la morte di Gardini? Qual è la verità sull’ultimo giorno di vita di Raul Gardini? Cosa è accaduto, esattamente, quella mattina, stando ai racconti della domestica e del maggiordomo? Cosa pensa sia accaduto, invece, la sua guardia del corpo, un vecchio e valoroso carabiniere? Perché la polizia si presentò sul posto con un’ora di ritardo, e cosa trovò al suo arrivo? Cosa raccontarono i due lettighieri? E cosa il figlio di Gardini, Ivan, unico famigliare presente il giorno della disgrazia? Che significa che Gardini si sentiva “abbandonato da tutti” negli ultimi mesi di vita, e incapace di raccontare tutti i fatti della vicenda Enimont? Cosa c’era scritto nel biglietto trovato sulla scrivania? E quando era stato scritto? E perché c’erano impronte diverse da quelle di Gardini? Che significa che non c’erano tracce di polvere da sparo sulle mani di Gardini, né sul suo lenzuolo, né sull’orologio? Cosa ha a che fare con lo strano "suicidio" di Gardini la morte di Gabriele Cagliari, ex presidente dell’Eni, accaduta tre giorni prima, in carcere? Cosa hanno in comune i due frangenti? Perché Franco Gardini, il fratello di Raul, diceva che c’era gente che si voleva nascondere? A chi si riferiva? Perché si ha la sensazione che, nel 1993, ci fosse una gran fretta di chiudere l’indagine e archiviare il delitto Gardini come suicidio? Cosa si doveva coprire? Quanto era esteso l’impero dei Ferruzzi, a partire da Ravenna? Che significava che avesse navi e terreni in mezzo mondo, e accordi commerciali sia con gli Stati Uniti sia con l’Unione Sovietica sia con diversi paesi sudamericani? Perché Romano Prodi ha potuto dichiarare, nel corso degli anni, che “molte delle visioni solitarie di Raul sono diventate oggi programmi condivisi e base di progetti ambiziosi dei Paesi avanzati”? Quali erano i rapporti tra gli eredi del fondatore dell’impero Ferruzzi, Serafino, e il suo erede, Raul Gardini? Perché Raul Gardini aveva maturato odio verso lo Stato italiano, già durante l’infanzia? Quali erano i rapporti tra Gardini e la massoneria? E tra Gardini e la mafia? Che significa che, fin da ragazzo, Gardini era stato un gran giocatore d’azzardo?

Opera prima del giornalista e scrittore ravennate Matteo Cavezzali, classe 1983, collaboratore de “la Repubblica” e de “Il Fatto Quotidiano”, alle spalle qualche racconto pubblicato a buon livello, tra le riviste letterarie digitali “Nazione Indiana” e “minima&moralia”", Icarus. Ascesa e caduta di Raul Gardini è apparso nella collana Indi della Minimum Fax. È un saggio anfibio: ha elementi autobiografici, tecnicamente da memoir, tuttavia ha una natura chiaramente storico-documentaristica (è completo di bibliografia, in appendice); ogni tanto si concede episodi di pura o di mezza fiction o giù di lì, quando Cavezzali gioca con la sua immaginazione e racconta scene che non esistono, “o non esistono comunque prove che si siano svolte così come sono state raccontate”. Il risultato è francamente apprezzabile: al termine della lettura, la sensazione che la morte di Raul Gardini nasconda qualcosa di equivoco, di inesplorato e di terribile rimane facilmente impressa, assieme all’angoscia per le altre quattro morti sospette descritte da Cavezzali, tutte legate alla vicenda Enimont: quella del ministro Franco Piga, quella di Sergio Castellari, dirigente chiave del Ministero delle Partecipazioni Statali, quella di Cagliari, trovato “suicidato” da un sacchetto di plastica nelle docce di san Vittore, quella del manager Necci, particolarmente sinistra per la sparizione, contestuale, di tutta una serie di documenti di complessa provenienza. Come se non bastasse, Cavezzali mostra ragionevoli sospetti sulla morte del mentore di Gardini, suo suocero Serafino Ferruzzi (“(…) in molti videro nella sua morte analogie con quella di Enrico Mattei, fondatore dell’ENI, in circostanze che fecero pensare a un sabotaggio”). C’è abbastanza per accogliere col dovuto entusiasmo un lavoro del genere, in certi uffici e in certi tribunali; c’è abbastanza per poter guardare al potere e a certe logiche e a certe dinamiche, come vogliamo chiamarle, “repubblicane democratiche” con disgusto e incrollabile angoscia. Si può obiettare all’esordiente Cavezzali che questo suo coraggioso (quasi kamikaze) esordio non è un lavoro “generazionale”, pur avendone avute le chiarissime potenzialità: a partire dalla scelta dell’argomento, a partire dalla lucidità dei giudizi, a partire dalla sensata speculazione finale su un utopico Gardini premier al posto dell’imbarazzante Sultano di Arcore, proprio in quegli anni; si deve tuttavia riconoscere all’esordiente Cavezzali di aver pubblicato il primo buon libro di letteratura dedicato a Ravenna e dintorni, e ai ravennati, in generale, da tempo indecifrabile, perché Icarus è per prima cosa un libro scritto da un ravennate per i ravennati, un tributo e un’elegia al contempo. Ho la sensazione, adesso, che nessuno poteva raccontare la gloria, i rovesci, l’arroganza e la decadenza di Gardini meglio di un figlio della sua città, capace di intuire analogie, appartenenze, disgrazie e fratellanze con una velocità superiore alla nostra; quasi fosse soprattutto questione di dialetto, di buon vino e di sensibilità romana d’oriente – questo mosaico ravennate, difficile e tetro e scintillante di intelligenza, poteva essere pensato soltanto da un ravennate. Mi piace immaginare che questa pubblicazione stuzzicherà qualcuno e che nel corso degli anni giustizia – o almeno, “luce” – sarà fatta su tante morti “opache”, a partire probabilmente da quella di Ferruzzi; più realistico pensare che qualunque lettore, una volta scoperto che Gardini si è suicidato sparandosi ben due proiettili di fila e poggiando poi, con tutta calma, la pistola sul comodino, naturalmente senza lasciare impronte, anzi addirittura senza ritrovarsi traccia di polvere da sparo sulle mani, sentirà il desiderio di saperne di più o di capirci qualcosa. È un merito piuttosto limpido che va riconosciuto a Cavezzali. Convince meno la scelta di giocare con la fiction pura in più di un frangente – mi viene da dire che non ce n’era particolare bisogno, che il risultato sarebbe stato anzi più duro, più suggestivo e più amaro; che paradossalmente le pagine di "pura immaginazione" indeboliscono quelle di granitica e annosa documentazione; che forse si potevano adottare espedienti ed escamotage diversi dal "corsivo" per raccontare ipotesi o fare congetture o immaginare scenari. Davvero notevole, infine, il racconto del mito di Icaro secondo le tre varianti: ognuna delle tre, quella di Apollodoro, quella di Diodoro Siculo, quella di Ovidio – è probabilmente una prospettiva diversa sulla vicenda di Gardini; uno che forse, come da lezione ovidiana, ha volato con le sue ali di cera andando troppo vicino al sole, e per questo è stato punito dagli dei; oppure un artigiano di vele, come da versione diodoriana, spintosi troppo in mare aperto a sfidare le onde, e trascinato nell’abisso dalle correnti, per suprema tracotanza; oppure uno, come da lezione di Apollodoro, punito, col padre Dedalo, per aver insegnato ad Arianna il segreto del labirinto: finito rinchiuso nel labirinto, col padre, al buio e senza nessun filo in mano, senza via di fuga, là morirà. Cosa ci racconterà Cavezzali nel secondo libro? Cosa e chi ci racconterà? Avrà più paura del sole, delle onde o del labirinto? Oppure...



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