Idi di marzo

Idi di marzo

Settembre del 45 avanti Cristo. Il Maestro del Collegio degli Auguri scrive a Caio Giulio Cesare, Pontefice Massimo e Dictator di Roma, l’ennesimo rapporto della giornata sui sacrifici di animali, descrivendo lo stato delle loro viscere. Riferisce poi del volo dalla traiettoria incerta di un’aquila sui cieli di Tivoli e rassicura sul fatto che non sono stati avvertiti tuoni. In un appunto, Cesare si lamenta del continuo invio di questi rapporti, anche più di dieci al giorno, e si ripromette di ridurli a uno. Redige poi con minuzia il cerimoniale della commemorazione della fondazione di Roma, da celebrarsi il diciassettesimo giorno di ogni mese del nuovo calendario. In una lettera dello stesso giorno indirizzata a Lucio Mamilio Turrino, suo ex commilitone e grande amico, che vive come un recluso in una villa di Capri senza un braccio, una gamba, gli occhi e le orecchie esterne: gli atroci segni della tortura dei Belgi, che lo hanno catturato durante la guerra. Cesare con l’amico – che vive a sue spese da allora ed è diventato il suo confidente, forse l’unico – si lamenta delle superstizioni di “Auguri, Indovini, Astrologhi e Bambinaie di polli”, un fardello che ha ereditato e che avverte come una ridicola zavorra: “Domino innumerevoli uomini ma sono dominato da uccelli e colpi di tuono”. I risultati dei sacrifici causano la chiusura del Senato per settimane intere bloccando la sua profonda opera di riforma. Il condottiero e dittatore ricorda con malcelato divertimento quando anni prima, nella valle del Reno, gli àuguri impedivano di attaccare il nemico perché le galline “guardavano spesso il cielo”: in quell’occasione il fallimento della sua campagna militare era stato evitato spargendo di nascosto vermi sul terreno per costringere le galline ad abbassare lo sguardo. Intanto Clodia Pulcra, bellissima, disinibita e sfacciata matrona romana, scrive da Napoli al maggiordomo della sua villa romana: vuole organizzare una cena l’ultimo giorno del mese e invitare Cesare e la moglie, Cicerone, Asinio Pollione e Gaio Valerio Catullo, il poeta veronese pazzamente invaghito di lei, ma non sa se il Dictator accetterà…

Pubblicato nel 1948, questo romanzo di Thornton Wilder adotta una bizzarra forma epistolare. Tutti i capitoli sono composti da lettere immaginarie di/a Giulio Cesare e di/a numerosi altri personaggi storici o d’invenzione, lettere che però non si susseguono con un criterio esattamente cronologico, ma procedono con uno strano ritmo sincopato: sono raggruppate in quattro parti, ognuna che inizia con una missiva risalente a un mese prima quelle del capitolo precedente e finisce con una missiva spedita un mese dopo quelle del capitolo precedente, e così via. I due eventi attorno ai quali ruotano quasi tutte le lettere sono l’organizzazione della cena di Clodia Pulcra e il soggiorno romano di Cleopatra nella villa sul Gianicolo di Giulio Cesare, ma in realtà – al netto di gossip, gelosie, intrighi – il cuore del romanzo è la crisi politica e culturale che porta alla congiura contro Giulio Cesare e al suo assassinio. “Il paziente in punto di morte ha chiamato questo dottore, che gli ha ridato tutte le facoltà tranne la volontà e lo ha subito legato a sé come schiavo personale”, fa scrivere a Cicerone ad un certo punto Wilder. Il dottore della lettera è naturalmente Cesare, che l’autore del Wisconsin sembra disprezzare e ammirare al tempo stesso. Se infatti il modello che ha ispirato Idi di marzo è una “catena” epistolare messa in piedi per far cadere il regime fascista di Mussolini (e in questo senso è illuminante la dedica in esergo a Lauro de Bosis, “poeta romano che perdette la vita guidando l’opposizione al potere assoluto di Mussolini” (sic!), è pur vero che le riflessioni che Wilder mette in testa al suo Cesare sono nobili, profonde, per niente legate al potere fine a se stesso. Non mancano le inesattezze storiche: per dirne solo una Catullo, che nella realtà è morto nel 54, qui viene fatto morire nel 45. Malcolm Cowley lo ha definito per queste libertà storiche che si è preso “l’uomo che ha abolito il tempo”, ma d’altra parte è lo stesso Wilder a mettere le mani avanti nella prefazione, quando scrive: “Scopo principale di questo lavoro non è la ricostruzione storica. Lo si potrebbe definire una fantasia su certi avvenimenti e certe persone degli ultimi giorni della repubblica di Roma” e subito dopo sottolinea una per una le incongruenze storiche presenti nel romanzo. L’opera fu accolta freddamente all’epoca della pubblicazione: Orville Prescott sulla New York Times Book Review la definì “un’acrobazia intellettualmente interessante ma non una storia in grado di suscitare emozioni”, ma probabilmente è stato Edmund Fuller a cogliere nel segno delineandone la complessità narrativa e indovinandone i sottotesti, la lettura da fare tra le righe: “Idi di marzo è un libro così ricco che richiede un’esplorazione, più che una lettura”.

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