Il ballo

Antoinette, appena adolescente, è figlia del Sig. Kampf - un piccolo ebreo dagli occhi di fuoco e dai modi sbrigativi - e di Rosine, ex-dattilografa del capo della banca, stizzosa e acida come un limone andato a male. Figlia ‘genetica’, perché l’affetto e la comprensione che i due le riservano sono pressoché nulli. Non solo: figlia di gente arricchita, persone che prima vivevano in un buco di Parigi dietro l’Opéra-Comique e che – da un momento all’altro e quasi inspiegabilmente – si sono riempiti di soldi, concedendosi ogni lusso e frivolezza senza avere però la classe e l’eleganza di chi è nobile per rango. Quell'eleganza che sarebbe necessaria per fare bella figura a un ballo, per esempio. Un ballo di società, di quelli importanti, di quelli che possono cambiare le sorti di una famiglia, facendola decollare definitivamente verso l’olimpo o scaraventandola in un dimenticatoio da cui risalire è quasi impossibile. Una festa da ballo di questo genere, organizzata da Rosine nei minimi dettagli, è però destinata a fallire miseramente, a cadere come un castello di carta spazzato via dal vento, infrangendo ogni sogno di gloria dei Kampf...
La scrittrice russo-ebrea Irène Némirovsky, morta ad Auschwitz nel 1942, regala al lettore l’ennesima perla: insieme a Suite francese, I cani e i lupi, Come le mosche d’autunno e Il Calore del sangue, Il ballo – racconto lungo o romanzo breve (si legge in un’ora) pubblicato dopo l’esordio David Golder – si incastona come una pietra preziosa su un già ricchissimo gioiello. Numerosi i temi toccati e approfonditi, seppur in pochissime pagine, dalla Némirovsky: il rapporto conflittuale con una madre odiosa e cattiva, colma di acredine e unicamente tesa al successo in società, un padre assente, per niente carismatico e mai affettuoso, le ipocrisie e le becere regole che manovrano il meccanismo degli ingressi e delle uscite in società e la vendetta sorda e silenziosa, quella che si perpetra e di cui si gode perché si è stati feriti, come nel caso di Antoinette, talmente esasperata dai trattamenti subiti da cambiare il corso degli eventi con un gesto di rabbia incontenibile (è infatti lei che straccia tutti gli inviti per la festa, gettandoli follemente nella Senna anziché imbucarli in posta). Il lettore, che spontaneamente sta dalla parte di Antoinette e gode nell’osservare la smania per proseguire l’arrampicata sociale sbriciolarsi e squagliarsi come neve al sole, è travolto dalla capacità dell’autrice di intessere situazioni e dialoghi talmente reali da sembrare in fieri in quello stesso momento, a pochi metri da noi. Le figure si materializzano, si fanno carne, voce e intensità. Tutto è perfetto in questa prosa tanto brillante quanto spietata e – ancora una volta – attenta a vizi e virtù del genere umano, in ogni sua più piccola sfaccettatura.

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