Il bambino del treno

Il bambino del treno
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Per poter accedere al concorso per capostazione e nella speranza di migliorare la propria posizione lavorativa, il giovane casellante toscano Giovanni Tini si rassegna a iscriversi al Partito Nazionale Fascista. Ma il primo posto in graduatoria pare nascondere una specie di punizione per quell’iscrizione tardiva, perché Giovanni viene assegnato alla stazione di Fornello, località situata tra due gallerie della tratta Faentina (che collega Firenze e Faenza) e luogo sperduto in mezzo ai monti dell’Appennino tosco emiliano. È l’estate del 1935 quando Giovanni e sua moglie Lucia, incinta di tre mesi, scendono alla fermata di Fornello, dove ad accoglierli troveranno il sottocapo di stazione Rinaldo e il postino Sebastiano. Inizia così la loro nuova vita nella stazione che sarà anche la loro casa, scuola elementare per soli cinque alunni e luogo di aggregazione per i pochi abitanti sparsi per la valle. E se dapprima il futuro appare loro misero e sin troppo semplice, con il passare delle settimane i due giovani sposi cominceranno ad apprezzare e ad amare quel silenzio, quel ritmo lento e quell’isolamento che li tengono lontani da un mondo che non promette niente di buono. A completare la loro felicità, pochi mesi dopo nasce il piccolo Romeo, bambino di poche parole ma curioso e attento. Nel frattempo, la propaganda fascista arriva a Fornello centellinata sulle rotaie poco frequentate e in pochi sembrano avere interesse per quel luogo così isolato, tanto che persino lo scoppio della guerra, e poi l’invasione alleata, sembrano solo notizie ascoltate alla radio. Passano gli anni e la guerra si fa sempre più presente, alcuni giovani di Fornello partono per il fronte. In un giorno di dicembre del 1943, alla stazione di Fornello si ferma un treno. Bloccato dalla neve che ostruisce il passaggio poco più avanti, ha qualcosa di diverso dagli altri. Agli occhi di Romeo pare un puntaspilli, per tutti quei fucili che sporgono dai vagoni. “Cosa trasportate?” chiede Giovanni. “Bestie” risponde il soldato. Eppure c’è qualcosa che non va perché dal vagone sigillato arrivano voci e lamenti. Qualcuno chiede dell’acqua…

Se le vicende della famiglia Tini raccontate in questo romanzo sono frutto della fantasia dell’autore, non lo sono invece i luoghi e i riferimenti storici riguardanti sia la stazione di Fornello sia le leggi razziali del 1938. Ed è anche vero che sui binari che attraversano la valle del Muccione in quegli anni transitò la Storia. Boschi e valli, distanti dagli eventi principali perché luoghi sostanzialmente inaccessibili, assistettero al passaggio dei treni diretti ai campi di concentramento, simili a spettatori impotenti di fronte una tragedia che si stava svolgendo al loro cospetto. La delicatezza con la quale Paolo Casadio ci racconta la storia di Giovannino, Lucia e del piccolo Romeo è l’indice di una sensibilità e di un’arte non indifferenti. L’atmosfera leggera che si respira all’inizio del romanzo, da quell’arrivo in un mondo fuori dal mondo, si fa via via più pesante mano a mano che la guerra si avvicina a Fornello, correndo sui binari e dentro a uno dei tanti treni della morte. Si intuisce come la stesura di questo romanzo debba essere stata per l’autore un vero e proprio viaggio all’indietro nel tempo, un’immersione nelle vite immaginate eppure di certo specchi di qualcuna che, durante quel periodo feroce, fu vera. Un romanzo appassionato, delicato si diceva, e allo stesso tempo rispettoso di una cronologia di tempo e luoghi narrati con misura e discrezione. Lo stupore, l’amore e la perdita sono forse le locomotive trainanti di una storia che racconta di casellanti, boschi, soldati e vittime innocenti. Nell’invenzione narrativa, poi, colpisce quell’inversione finale di destini che prima si incrociano e poi si scambiano le parti con un semplice tocco di mano. E se queste parole vi sembreranno poco chiare è perché l’esortazione è quella di trovare il libro e leggerlo, perché ne rimarrete colpiti.



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