Il bambino sulla spiaggia

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Fatima Kurdi è nata a Damasco, o Yasmin al Sham, la città dei gelsomini che i suoi abitanti chiamano solo Sham, città. Il profumo dei gelsomini ha per lei la consistenza della nostalgia, è ciò che più le manca da quando nel 1992 si è trasferita in Canada ed è anche l’unica cosa che non riuscirà a riprodurre perché per quanto lo pianti, il suo profumo non avrà mai la persistenza che ha nella casa che suo padre Ghalib ha costruito sulla cima della montagna o nelle viuzze del quartiere medievale che si dipanano alle sue pendici e nelle quali hanno scorrazzato felici generazioni di Kurdi. Fatima, e i suoi fratelli, sorelle, nipoti. Mohammad, Abdullah, Fatima ‒ diventata Tima dopo il trasferimento in Canada ‒ Shireen e Mana sono i figli di Ghalib e Radyia. I loro genitori hanno iniziato poverissimi ma poi hanno saputo costruirsi un benessere di cui ha beneficiato tutta la famiglia. Il motto di Ghalib, memore della gentilezza di cui è stato fatto segno negli anni bui di orfano poverissimo, è “porte aperte”; ha costruito una casa che ingrandisce ad ogni figlio e le cui porte sono sempre spalancate a vicini, amici, parenti e conoscenti, tra le cui mura risuonano risate, musica e canti, dove si balla ad ogni occasione; lui e sua moglie hanno viaggiato per il mondo e intessuto una rete di amicizie che negli anni godranno della squisita ospitalità di casa Kurdi, spesso riempiendola al punto che la famiglia si ritrova a dormire nella splendida terrazza sul tetto. Tutti e cinque i figli di Ghalib sono energici, volitivi, generosi, ma Abdullah è senz’altro il beniamino di casa, colui che ha un rapporto speciale con sua madre, che tutto il quartiere adora e vezzeggia. Fatima ha con lui un rapporto speciale, che si rinsalda nonostante la distanza in virtù del fatto che sua madre glielo affida sul letto di morte; negli anni continuerà a seguirlo assiduamente dal Canada dove ormai vive prima da sposata a un uomo che non ama e poi da separata. La sua gioia sarà immensa, quando oltre la soglia dei trent’anni, finalmente Abdullah annuncia le proprie nozze e in sequenza la nascita di due bellissimi bambini: Ghalib e Alan. Le prime avvisaglie di violenza e disordini trovano nella famiglia Kurdi un certo scetticismo, nessuno riesce a credere agli allarmi internazionali; la Siria ne ha passate tante: dominazioni, conflitti, miseria, ma, la prosperità attuale dura da decenni, Damasco è la più antica città del mondo ancora esistente, la “culla della civiltà”, nessuno crede davvero che le tensioni si trasformeranno in guerra civile. La stessa Fatima, tornata in visita alla famiglia con suo figlio Alan come ogni anno, è serena, e stenta a credere agli appelli dell’Ambasciata canadese a lasciare il Paese. Non sarà che quando i missili fischieranno fuori dalle finestre, quando i brandelli di un attentatore suicida atterreranno suoi nipoti intenti a giocare in strada, che tutta la famiglia finirà per arrendersi all’evidenza, per soccombere alla diaspora che porterà Abdullah e la sua giovane famiglia sulle coste della Turchia e le loro vite e quelle del resto della famiglia saranno trasformate per sempre…

Tima Kurdi rende in maniera fedele l’altalena di speranze e disperazione, il drammatico singhiozzo delle comunicazioni intercontinentali tra lei e suo fratello che annunciano l’imminente partenza verso le rive di Kos, l’agognata Europa, e poi la cancellano …fino alla notte terribile in cui non ci saranno comunicazioni, la notte che ha cambiato per sempre le loro vite e le nostre, o, come dice l’autrice, il modo in cui il mondo vede i profughi. Quella notte in cui tre vite sono finite come migliaia di altre prima e dopo sul fondo del Mediterraneo. Tima Kurdi è una parrucchiera, una donna che per tutta la vita è stata curiosa, assetata di novità, cosmopolita, ma, che mai avrebbe immaginato o desiderato scrivere un libro. Fatima Kurdi ha attraversato un percorso molto doloroso prima di affidare le sue parole a Danielle, l’autrice che ha dato loro forma ne Il bambino sulla spiaggia : si è a lungo incolpata per la tragedia che ha distrutto la sua famiglia e quella del fratello, dato che è stata lei a dargli i soldi per la traversata quando è stato chiaro che sponsorizzarlo per l’emigrazione in Canada come aveva già fatto con altri parenti, sarebbe stato impossibile. Avrebbe dovuto dargli di più? Avrebbe dovuto noleggiare un motoscafo per portarli via? Ha sbagliato ad assecondare le paure che gli hanno impedito di partire per molte notti di fila, in attesa dell’imbarcazione giusta? Fatima ha urlato contro le potenze del mondo per come hanno trattato i profughi e gestito la guerra in Siria, ha inveito contro i media per come hanno trattato il tema dei rifugiati, salvo poi cannibalizzare la vita di suo fratello dopo la tragedia; ha gridato contro Dio e gli uomini, ma, a due anni da quel maledetto giorno, ha deciso di iniziare a parlare, di raccontare innanzitutto la storia della sua famiglia a tutte persone che sono venute che sono venute in contatto con loro per il semplice fatto di aver visto la foto del corpo del piccolo Alan, una foto che è disperatamente intima, ma al contempo definitivamente pubblica. Fatima racconta rivolgendosi spesso al lettore, apostrofandolo con espressioni come “provate a immaginare”, “mettetevi nei panni di un nonno che…”, ed ecco che il suo racconto diventa il nostro, che la famiglia normale, borghese e accogliente disgregatasi in una diaspora che non avrà probabilmente ritorno, diventa la nostra e accade una cosa molto semplice, il risultato miracoloso che molti scafatissimi scrittori inseguono tutta la vita senza raggiungerlo: ci immedesimiamo! Perché, come dice Fatima con disarmante semplicità, nessuno che abbia visto quella foto è più stato lo stesso; lei è convinta che non lo siano stati nemmeno i Governanti, per quanto poco la cosa si possa evincere dalla loro azione politica. Fatima continuerà finché avrà voce a raccontare al mondo che i profughi non “sono brutte persone” ma sono barbieri, sarte, impiegati, insegnanti, contadini, medici, madri, padri, fratelli, figli, a cui la vita ha riservato un trattamento disumano; persone che non hanno avuto altra scelta che giocare alla roulette russa con le proprie vite e quelle dei propri cari, sperando che il giubbotto di salvataggio più costoso non fosse falso. A volte, ma solo a volte, quel giubbotto comprato con gli ultimi risparmi, ha funzionato… Se anche questo libro non fosse bellissimo (e lo è!), se anche non avesse meriti letterari (ma ne ha!), avrebbe dalla sua una qualità di incommensurabile valore: la sincerità disarmante e per nulla in cerca di benevolenza, che la sua autrice mette in campo.



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