Il bianco si lava a novanta

Il bianco si lava a novanta
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C’è sempre il sole, nella casa di via Vojkova dove abita Bronja. È una casa piccola, senza una sala da pranzo, ma ha una bella cucina attorno al cui tavolo ci sono sempre persone. Ci sono le persone di casa, come sua madre Mita, suo padre Janez, suo fratello Rok e nonna Dada, ci sono gli amici di suo padre come Stanči e Aco, che lui conosce dai tempi del collegio, la cugina Marjeta e il suo cancro che Bronja non capisce, i fratelli di suo padre, Franci, Jože e Stanko, le sue sorelle Helena ed Anita, che non riesce ad essere mai puntuale e forse nemmeno ci prova; ci sono gli amici, i vicini di casa, i colleghi di lavoro dei suoi genitori e poi altri cugini e zii acquisiti, e voci e musica e discussioni e litigi. Sono soprattutto Mita e sua madre Dada a discutere, ma Dada discute anche col serioso Janez. Bronja osserva, ascolta, capta e lotta per disperdere la cortina di fumo delle Filter 57 che, onnipresente, avvolge il tavolo e aleggia intorno ai suoi occupanti, perché si fuma molto e si discute quasi altrettanto nella casa della Vojkova. Suo padre bofonchia contro la “comunisteria” e i suoi danni, si irrita per l’abitudine di Dada di zuccherare lo yogurt dei bambini, gioca a scacchi con mami, mentre Bronja e Rok che dovrebbero essere andati a letto dopo il telegiornale, li spiano dalla porta semiaperta. Si fa di tutto al tavolo allungabile in quella cucina sul quale i bicchieri di vino rosso hanno lasciato disegni dentellati, si beve molto caffè, si fanno i compiti, si studia, si disegna, si tira la pasta per lo strudel, si prepara la potica, si aspetta che la tv si scaldi per poter guardare i due cartoni che precedono il notiziario della sera. La cucina è il luogo in cui si svolgono la maggior parte delle attività di famiglia e si accolgono i visitatori. Sono molte le persone che si avvicendano al tavolo di quella cucina soleggiata della Vojkova, ma la regina indiscussa, la tessitrice dei loro legami è Mita, la madre che Bronja sente di possedere, l’artefice delle sue torte di compleanno ogni 12 luglio, la donna dal passato di partigiana che emerge dalle lettere datate 1944 che i due bambini si divertono a leggere. Mita è una donna bellissima, nei cui panni e accessori Bronja si è divertita a crescere, una donna che le ha promesso, nel giorno in cui spaventatissima si è risvegliata da un intervento chirurgico, che non l’avrebbe mai lasciata, che mai sarebbe andata altrove. Nella cucina della Vojkova, quando Bronja ha appena terminato la quinta, Mita la lascia una prima, dolorosa volta, per andare in ospedale e all’improvviso la vita è scandita dai pomeriggi in cui si può andarla a trovare e parole come terapia intensiva, guarigione, trasloco, e poi ancora recidiva, chemioterapia, fanno la loro comparsa attorno a quel tavolo. E dopo nulla più sarà lo stesso...

Bronja Žakelj ci fa entrare in punta di piedi nella propria vita mentre la racconta a sua madre. Il bianco si lava a novanta è l’ennesimo capolavoro che Bottega Errante ha portato sugli scaffali italiani, una favola costruita da una ragazzina che si fa donna, a beneficio di una madre che non c’è più, o, come dice lei, è andata via. Questa separazione è uno spartiacque, una ferita nella biografia della narratrice che intuiamo essere insanabile, una lacerazione dai bordi frastagliati e profondi che hanno creato una sorta di abisso nella vita di Bronja. Bronja Žakelj ha un talento straordinario, oltre che una generosità senza pari che le consentono di condividere con il lettore la propria infanzia a partire dagli odori, dai sapori, dalle sensazioni tattili, dai ricordi e dalle parole che hanno popolato gli anni sereni per finire con le angosce, le perdite, il dolore. Scorrere le pagine di questo esordio strabiliante che in Slovenia è stato un vero e proprio caso letterario, aggiudicandosi anche un prestigioso premio, significa entrare in un’epoca magica della storia personale dell’autrice, ma anche sentirsi partecipi di un momento storico in cui i sogni e le aspirazioni di un giovane Paese come la ex Jugoslavia sembravano aver conservato intatto il potenziale di rinnovamento e rinascita che avevano nel dopoguerra. Attraversiamo il Paese percorrendo gli anni della formazione di Bronja, assistiamo alla perdita dell’innocenza e alle prime avvisaglie dell’infrangersi dei sogni di intere generazioni, con gli occhi di una Bronja ormai lontana, che comunica con Dada e Rok attraverso una corrispondenza che si fa sempre più difficile. L’autrice ha un talento rarissimo nell’utilizzare i registri temporali, per cui il racconto che indirizza a sua madre offre allo sguardo del lettore l’evoluzione di una bambina in giovane donna alle prese con il dolore della perdita in un flusso semantico ininterrotto, senza cesure che potrebbero alterarne il ritmo. Un racconto nel quale la narratrice sembra non prendere mai fiato, sciorinando i propri ricordi e le vite di coloro che l’hanno abitata o solo sfiorata, raccontando le mille piccole storie che hanno condiviso il suo mondo. Bronja racconta mami a Mita e a sé stessa, il suo narrare alterna l’evocazione del vuoto, dell’assenza, con il racconto della vita e del modo in cui questa vita ha riempito gli spazi, li ha posseduti. L’assenza è uno dei protagonisti assoluti di queste righe liriche e incantevoli: l’assenza di Mita nella vita di Bronja, l’assenza del padre nelle vite di Mita e Dada; ci sono i sogni della bambina che perde sua madre e quelli di un Paese che si risveglia senza Tito, i fantasmi dell’una, le insicurezze dell’altro, la bellissima bolla di cristallo che avvolgeva le vite di tutti si incrina progressivamente dinanzi agli occhi incantati, inorriditi del lettore.



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