Il brevetto del geco

Il brevetto del geco
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Federico Morpio è un artista, venera l’ispirazione, in quella si contorce e galleggia per anni, votato solo all’arte che lo aliena dalle necessità primarie del vivere, regalandogli amarezza e fallimenti. In parallelo, Adele e Ottavio, due persone permeabili alla parola di Cristo ma ancora alla ricerca della fede. Arte e Cristianesimo: due modi di interpretare la propria missione sulla terra. Tutti sembrano accomunati da una overdose di fondamentalismo esistenziale che li induce ad immolarsi per quello in cui credono. Morpio vaga per le strade di Milano, ha quarant’anni e li ha interamente spesi per quella “vocazione” che non gli ha mai procurato il successo lungamente inseguito, conducendolo addirittura al limite dell’indigenza. Depresso, pieno di livore verso un mondo di curatori e galleristi votati alla logica delle “marchette”, vive in un monolocale tra i cocci di una relazione andata in frantumi per dissanguamento reciproco, mancanza di sostentamento emotivo e materiale, in cui ciascuno ha riservato all’altro solo le scorie di sé. Non gli resta che bussare alla porta dell’anziano padre, da poco ricoverato in una clinica per un malore. Lo riporterà a casa sulla sedia a rotelle, inebetito da un ictus, riciclandosi nel ruolo di badante a tempo pieno che lo solleverà, quanto meno, dalla preoccupazione di pagare l’affitto. Adele fa l’impiegata. È grigia, solitaria, fissa spesso un geco appeso alla parete della sua stanza da letto, sua unica compagnia, fino a coglierne il miracolo delle zampette che si aggrappano al soffitto sfidando la legge di gravità. Se esiste un essere così perfetto, immagina debba esistere anche chi lo ha creato. Non segue una coerenza speculativa ma una folgorazione che la spinge ai margini di Milano a rovistare tra i propri pensieri, i rovi di aree solitarie. Nel silenzio di una chiesa incrocia Ottavio, i due si scoprono gemelli nell’afflato mistico divampante, decidendo di procedere insieme. Tutte le strade conducono imprevedibilmente a Venezia, per la Biennale di arte contemporanea. Sullo sfondo della laguna, tra le calli brulicanti d’artisti, le esistenze dei tre si incroceranno…

Il brevetto del geco è un romanzo raffinato nella stesura, che indaga tematiche universali e complesse, scivolose perfino: il senso profondo dell’essere cristiani, la definizione di arte moderna come espressione del genio umano. L’incipit risulta ostico, è una manifestazione di intenti affidata ad una sorta di voce fuori campo, quella dell’Interrotto, la cui identità sarà svelata solo nelle ultime pagine e che è protagonista, peraltro, di frequenti incursioni nella storia, pur essendo la narrazione in terza persona affidata alle parole, che si involano, compiacendosi della loro stessa musicalità, come un dondolio sullo sfondo dei fatti che scorrono. Tiziano Scarpa, scrittore, drammaturgo, poeta di nota raffinatezza, vincitore del premio Strega con il romanzo Stabat Mater, conferma il suo talento narrativo costruendo una solida struttura, che disvela una progettazione rigorosa della tematica e un lavorio artigianale di scrittura in cui è lasciato un piccolo margine al virtuosismo lirico che impreziosisce il testo senza disturbarne la scorrevolezza. Federico Morpio, il protagonista, è descritto con estrema sottigliezza nelle contraddittorie sfaccettature della sua mente ordinaria e geniale, ossessionata dall’arte che la aliena e la nutre. Meno indagati, sebbene altrettanto efficaci, Adele e Ottavio, talmente rispettosi della figura di Cristo da averne quasi soggezione, non riuscendo a prendere i sacramenti di cui non si sentono degni, almeno fino a quando non avranno applicato il Vangelo all’esistenza, con un’inquietante deriva “fondamentalista” che li spinge a costituire il gruppo dei Cristiani Sovversivi. Il romanzo, forse non alla portata di tutti, è colmo di rimandi e spunti di riflessione; si interroga, senza offrire soluzioni professorali calate dall’alto, sull’importanza della coerenza tra idee e fatti e sulle possibili conseguenze integraliste spesso sottese alle scelte radicali. Godibilissima la perfida vena di sarcasmo che serpeggia nella rappresentazione del mondo autoreferenziale dell’arte contemporanea, di cui affiora una sapiente conoscenza e probabilmente una passione. Il brevetto del geco è libro intelligente, di ottima fattura, che non cavalca filoni letterari battuti, vivamente consigliato a chi cerca pane per i propri neuroni.



 

 

 

 
 
 
 

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