Il brigante

Il brigante
Il Brigante è un misterioso personaggio che nella Berna degli anni ’20 si diverte a “briganteggiare” con abitudini e sentimenti della buona società. Adorato dalle donne e amante del far niente, il Brigante incanta tutti con il suo modo di fare affabulatorio e sfuggente. Lo straniero, scaltro e senza un soldo, miete vittime tra le signorine borghesi e  si innamora a turno della piccola Wanda, di Selma, la donna che lo ospita come pensionante, e poi ancora delle danarose sorelle Stalder. Ma il brigante ha il cuore volubile e il suo interesse presto si sposta su Edith, una umile e bizzosa cameriera che lo conquista irrimediabilmente. Il Brigante si innamora a tal punto della ragazza da coinvolgere uno scrittore – l’autore stesso - nella stesura di un romanzo basato proprio su quel suo sentimento e che la vede come protagonista. La storia con Edith, però, non è molto fortunata tanto che Edith, dopo essersi promessa ad un altro, arriva ad un gesto estremo: stufa dell’invadenza del Brigante per punirlo gli spara nel bel mezzo della navata di una chiesa affollata ferendolo di striscio. Pentita del suo getso Edith si reca a trovare il Brigante in ospedale e allo scrittore non resta che scagliarsi contro un legame che in realtà disprezza…
Walser scrisse Il brigante (che riprende il titolo di un dramma di Schiller, l’autore preferito di Robert) durante un soggiorno a Berna nell’estate del 1925. Il romanzo rimase a lungo solo un manoscritto di ben 500 pagine, fino alla pubblicazione postuma, anche perché Robert nel 1929 scelse la reclusione facendosi ricoverare in una clinica psichiatrica e cominciò il suo distacco dal mondo e dalla letteratura, fatta eccezione dei cosiddetti microgrammi che produsse in quantità, per morire il 25 dicembre del 1956 nel sanatorio di Herisau senza aver lasciato altri romanzi. E’ sempre difficile giudicare Walser indipendentemente dalla sua storia di malattia psichiatrica: indubbiamente la sua schizofrenia, vera o presunta, ne ha segnato la biografia e ha lasciato tracce nei suoi scritti ma la grandezza dell’autore svizzero non passa soltanto attraverso la sua cartella clinica, o almeno, ne è determinata solo in parte. Spesso si parla di un “enigma Walser” e questo suo ultimo romanzo traccia e nello stesso tempo svela parte dell’arcano legato al mondo letterario walseriano. Discontinuo e giocato sul filo di un ammiccamento ai limiti dell’autocompiacimento Il brigante è spiazzante con quei suoi rimandi alla letteratura preferita (l’autore cita tra gli altri Tolstoj, Dostoevskij, Gotthelf) e quel suo continuo rivolgersi al lettore con domande retoriche e frasi ad effetto. Un libro  pervaso di una potente “tensione esistenziale e letteraria” che non riesce mai a deflagrare fino in fondo come se l’autore (colpa della malattia?) fosse ad ogni pagina sul punto di implodere ingoiato dal peso suo stesso personaggio. Niente in Walser è scontato dalla costruzione della psicologia dei suoi personaggi borderline fino alla tessitura apparentemente ondivaga della trama ma mentre in altri suoi lavori come La passeggiata o Jakob von Gunten la “struttura romanzo” ancora sopravvive ne Il brigante – faticosamente sottratto al caos grafico e semantico dei microgrammi - il velo si squarcia e quella infinitesimale membrana che lega la finzione dalla vita vera si consuma fino a confondere l’autore con il suo personaggio, l’io con il suo doppio, la finzione con la biografia. L’assenza è un assedio, recita il verso di una canzone del cantautore livornese Piero Ciampi, e Walser attraverso la sua scelta di “non esserci” (e questo riporta in parte anche ad un altro grande assente, Salinger) ha sancito, paradossalmente, la sua autoaffermazione e continua ad assediarci con il suo genio postumo ed indecifrabile proprio come i suoi microgrammi.

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