Il buio

Ustica, inizio estate 1980. Irene e Antonio – lei impiegata alla Stazione meteo dell’isola, lui meccanico in un’officina – vengono travolti da una tragedia immane: perdono il loro bambino, investito da un camion mentre rincorre un pallone per la strada. Quella maledetta mattina Flavio doveva stare con il padre, ma hanno chiamato dall’officina per un lavoro urgente e Antonio ha lasciato il ragazzino da sua sorella: stava appunto giocando in cortile con i cuginetti quando è corso incontro al suo destino, quando è morto. Un dolore spaventosamente profondo si intreccia al rancore nel cuore di Irene, che si chiude ostinatamente in se stessa, rimanendo giornate intere a letto, rifiutando il cibo, non parlando con nessuno e soprattutto con suo marito. Passano i giorni, l’estate inizia a bruciare e Antonio cerca in tutti i modi di tornare a una sorta di routine quotidiana, alla “vita di prima”: ma la loro vita non potrà mai più essere come prima, e Irene odia suo marito anche solo per questo goffo tentativo di normalità. Ma non è solo Antonio il problema: Irene si accorge che tutto intorno a sé ricomincia a girare, che “ogni cosa si è rianimata” e lei si sente l’unica immobile, paralizzata, l’unica che però così facendo rende giustizia al ricordo del figlio, l’unica che gli offre il dolore che merita. Il 27 giugno però succede qualcosa: un aereo di linea precipita proprio al largo di Ustica, i morti sono tanti e tra loro anche alcuni bambini. Bambini come Flavio. Irene vive il terribile fatto di cronaca – sul quale nel frattempo si susseguono sui giornali una ridda di ipotesi – in modo diverso dal normale, lo sente sulla pelle: quei bambini morti sono anche suoi, anche sue sono le lacrime delle loro madri, dei parenti. Il rapporto con Antonio intanto va sempre peggio, Irene quasi nemmeno gli parla più. La madre della donna, sua sorella e la sua migliore amica cercano di fare breccia nel muro che Irene ha alzato tra lei e il resto del mondo, ma sembra un’impresa impossibile…

Insolito romanzo d’esordio per Francesco Bennardis: da un appassionato di matematica e musica elettronica come lui ci aspetterebbero complessità, simmetria e invece Il buio è un’esplorazione interiore, un inventario degli spostamenti dell’anima. E l’anima in questione per giunta è quella, ferita quasi a morte, di una donna: senza apparente soggezione verso il mistero profondo della via femminile al dolore, Bennardis si cala come uno speleologo nell’abisso insondabile che si spalanca nel cuore di una madre alla morte del figlio. A leggere la sinossi del libro si sarebbe tentati di credere che Il buio si inserisca nel fortunato filone della “fiction politica” italiana: a farlo pensare è la scelta di ambientare la vicenda nel 1980, annus horribilis della nostra storia recente, insanguinato dall’abbattimento del DC-9 dell’Itavia nei cieli di Ustica, dalla strage della Stazione di Bologna e dal terremoto dell’Irpinia. Invece il cuore della storia è una originale elaborazione del lutto, che trova un senso e un riscatto solo quando da lutto personale diventa lutto collettivo: nell’aiutare chi soffre quanto lei, persone alle quali riconosce il medesimo status di vittime, la protagonista troverà se non la pace in senso lato almeno un po’ di pace. Malgrado l’indubbia intensità emotiva e l’originalità, il romanzo però paga un po’ l’inesperienza dell’autore soprattutto nella gestione dei dialoghi, troppo macchinosi, artefatti e spesso poco credibili. Decisamente troppi anche i punti esclamativi.



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