Il buio dell’India

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Quali sono le origini del popolo indiano? Molto probabilmente circa cinquantamila anni fa “i venti che ogni anno portano in India le piogge monsoniche (e per secoli hanno disseccato le pergamene, facendo evaporare i racconti che la tradizione orale aveva trasferito nella parola scritta)” spinsero sulle onde del mare dall’Africa orientale all’India peninsulare i primi uomini. Attraverso i millenni, quel popolo si mescolò a tanti altri popoli fino a formare la complessa mescolanza di razze e lingue del subcontinente indiano. E anche la storia si è fusa, con il mito. Rendendo arduo il compito di chi cerca di ricostruirne le tappe e le traiettorie. Da dove venne e dove finì la cosiddetta “civiltà della valle dell’Indo”? Chi erano i Veda, quali legami avevano con i loro predecessori e qual è la natura filosofica dei loro testi sacri, che sono giunti fino a noi? Qual è la concezione della donna e dell’erotismo che traspare da questi e altri testi antichi indiani? Non sono però questi gli interrogativi e i pensieri che affollano la testa di Giorgio Montefoschi nel 1987, appena arrivato a Nuova Delhi: dopo le pratiche burocratiche eterne all’aeroporto è finalmente in albergo, disteso sul letto in attesa del sonno con una sensazione di vuoto nel cuore. La mattina seguente la porta della sua stanza si rivela inspiegabilmente bloccata e “almeno una mezza dozzina di camerieri addobbati con magnifiche livree azzurre e rosse” devono faticare per liberarlo: come primo impatto con l’India non c’è male. Poi nasce l’esigenza di comunicare via telefono con l’Italia: l’era dei cellulari e di Internet è ancora da venire, per avere la linea telefonica si devono aspettare ore e ore, poi finalmente a telefonata fatta si può uscire e avviarsi verso la famosa Connaught Place. Bottegucce di artigiani e venditori di spezie, saltimbanchi malinconici, un’interminabile teoria di sciancati, poveri, storpi, relitti umani che sul marciapiede esibiscono le loro disgrazie. A una coppia cenciosa di minuscoli “scugnizzi” Montefoschi regala una rupia: imperdonabile errore, perché subito “come mosche, come cavallette, disperati, piagnucolosi piccoli mendicanti” lo circondano tirandogli i vestiti, sbarrandogli il passo finché non ricevono una moneta anche loro…

Un coloratissimo matrimonio indiano al suono delle trombe e alla luce delle torce, i templi maestosi o piccolissimi, la città santa di Benares dove si va a morire perché chi muore là sfugge al karman, “il ciclo doloroso delle reincarnazioni che sempre ci riconduce sulla terra”, i cadaveri che bruciano lungo il Gange e la gente che fa complicate abluzioni nel fiume torbido, gli ineffabili tassisti che sfrecciano nei vicoletti o lungo enormi viali alberati, un giovane musicista di Barletta che è diventato un idolo in India suonando il tablā e si domanda se la sua musica avrebbe successo anche in Italia, la visita a una “santa” di Calcutta che ha un’altissima opinione di sé e lo spaventoso cantiere della metropolitana della città, una fossa slabbrata che non ha nulla di “urbanistico” in cui “come all’età della pietra uomini accucciati grattano la terra con una vanga e riempiono pesantissime ceste che altri uomini hanno il compito di issare sulla testa di donne magrissime, impolverate, dure come l’acciaio”. Sono solo alcune delle immagini suggestive (in positivo o in negativo) che sbocciano dalle pagine di questo libro come fiori carnosi e profumatissimi. Il volume raccoglie soprattutto – non mancano infatti anche approfondimenti legati alla cultura e alla letteratura indiana, veri e propri brevi essay – esperienze vissute e (de)scritte nell’arco di trent’anni, dal 1987 a oggi. Un periodo molto lungo, che se da una parte testimonia plasticamente l’enorme mutamento avvenuto nella società e nell’economia indiana e anche il cambiamento dello sguardo del viaggiatore, dall’altra porta con sé il morbo dell’eterogeneità: non solo il sentire di Giorgio Montefoschi cambia, ma anche la sua scrittura, il che crea un disequilibrio quasi impercettibile, manda appena fuori asse la coerenza estetica interna del saggio/reportage, lascia una sensazione come di leggerissima vertigine nel lettore. Ma del resto lo scrittore non poteva sfuggire all’urgenza di raccogliere in volume queste sue testimonianze, riflessioni sull’India (già in parte pubblicate sul “Corriere della Sera” o nel volume Dove comincia l’Oriente, uscito sempre per Guanda nel 2003): perché per sua stessa ammissione l’India è per lui un’ossessione, il tarlo di “un luogo che ci chiama” e in cui non si può fare a meno di tornare appena è possibile.



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