Il buio oltre la siepe

Il buio oltre la siepe

Maycomb è una città vecchia e sonnolenta dell’Alabama del sud, dove nel corso degli anni Trenta non accade mai nulla di significativo e dove gli abitanti si muovono lentamente, addomesticati dalla pigra ritualità quotidiana. Al contrario Scout Finch è una ragazzina vivace, precoce e ribelle, che ha perduto la mamma all’età di soli due anni. Abita insieme con il fratello maggiore Jem, la cuoca Calpurnia e il papà Atticus, di professione avvocato, in una casa posta nella zona residenziale. A poca distanza è situata l’abitazione dei Radley, dove Boo - la cui indole è ritenuta pregiudizialmente violenta - vive segregato dagli anziani genitori. Ovviamente quella presenza misteriosa e sconosciuta non manca di sollecitare la curiosità dei due fratelli e quella del loro amico Dill, un ragazzino proveniente da Meridian, nel Missisipi, e che trascorre le vacanze estive presso la zia Rachel. Ma un giorno Atticus è chiamato ad assumere d’ufficio la difesa di Tom Robinson, un uomo di colore che vive in un piccolo quartiere dalle parti dello scaricatoio, accusato di violenza carnale. Si tratta di un caso che non prevede alcuna possibilità di successo e che, in una società ancora fortemente pervasa da una mentalità razzista, ha tutta l’aria di procurare pesanti ripercussioni sulla vita dei Finch…

L’arte di perdere s’impara presto è il titolo di una poesia di Elisabeth Bishop tradotta nel 2002 da Ottavio Fatica. Su questa fondamentale lezione costruisce il ricordo della propria infanzia Scout Finch, l’io narrante di questo memorabile libro scritto nel 1960 dall’americana Harper Lee, su sollecitazione di Truman Capote, conseguendo nello stesso anno il prestigioso premio Pulitzer. Nel nostro paese il testo deve parte del suo largo successo anche alla rimarchevole traduzione di Amalia D’Agostino Schanzer. Il buio oltre la siepe è la rievocazione, la cronaca di un trauma che attraversa non solo la vita della protagonista, ma anche la difficile integrazione umana di una società e di un tempo. E dentro vi si affollano tutti i fantasmi dell’intolleranza e della discriminazione razziale, tutte le sfumature dell’inquietudine e del pregiudizio. Affresco dunque di un’epoca di paure latenti e di disagio spesso violento, ma anche mosaico di ombre e di disincanto, che la Harper lascia filtrare attraverso un linguaggio fluido e privo di sbavature, che si lascia condurre docilmente dai sensi e dalle emozioni che essi trasmettono.



 

 

 
 
 
 

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