Il buono, il brutto e il figlio del cattivo

Il buono, il brutto e il figlio del cattivo
Carcere di Yuma, scuola dell’obbligo per banditi e tagliagole della peggior specie. Benedicto Pacifico Juan Maria Ramirez detto il Porco, il Brutto, o più semplicemente Tuco è ormai prossimo a tornare in libertà dopo vent’anni. Vent’anni nei quali non ha pensato ad altro che alla sua vendetta: fare fuori il Biondo e appropriarsi di quel tesoro che gli spetta di diritto. Per la prima volta dopo anni di cimici e pidocchi un colpo di fortuna: chiacchierando con Morales, il suo compagno di cella condannato al patibolo, gli arriva all’orecchio intorpidito ma ancora vigile la notizia che un certo Joe detto il Biondo lavori nel circo di William Frederick Cody, alias Buffalo Bill. Da quell’istante in poi Tuco conterà i giorni che lo separeranno dalla libertà e dalla tanto agognata resa dei conti, ma non sarà il solo a  volersi mettere sulle tracce del Biondo …
Il buono, il brutto e il figlio del cattivo, esordio nella grande editoria del sessantasettenne Nelson Martinico (che dietro lo pseudonimo “sudamericaneggiante” cela un genuino cuore siculo), già autore del romanzo autobiografico Dovevamo saperlo che l’amore …, è, senza giri di parole, il sequel del film Il buono, il brutto e il cattivo di Sergio Leone, interpretato da Clint Eastwood, Eli Wallach e Lee Van Cleef. Con un escamotage usato in tempi non sospetti da Dumas per il suo I tre moschettieri ma anche, molto più recentemente, da Ellis per il suo Imperial bedrooms, l’autore riprende le vicende avventurose e banditesche dei protagonisti dell’affresco western di  Leone vent’anni dopo. A un primo impatto i personaggi potrebbero suscitare un po’ di tenerezza; ma basta vederli in azione per mettere da parte ogni intento compassionevole e constatare con entusiasmo che ci si trova ancora davanti alle stesse carogne di vent’anni prima. Cavalcate forsennate, schioppettate più o meno gratuite, guasconate da saloon e sorprendenti colpi di scena si saldano in un patchwork epico e divertente dal quale non traspare solamente una autentica e rispettosa venerazione per il cinema di Leone, ma anche l’urgenza di raccontare, tra un tiro di sigaro e un colpo di pistola, il trascorrere del tempo, vero e proprio bandito senza nome che colpisce tutti alle spalle. Inoltre, tra le maglie di questo epos farsesco e arroventato dal sole del deserto, serpeggia, come un’ombra, il grande tema della Letteratura, che raggiunge il suo acme nel duello verbale tra Ned Buntilne, “novellatore da quattro cent” e Mark Twain, “rivoluzionario di genio”, trasformati entrambi in personaggi del romanzo. L’operazione, coraggiosa e per certi versi inedita (è ben più facile vedere film tratti da libri che non il contrario) riesce in pieno e colpisce dritto al cuore del lettore. Al cuore, Ramon!

Leggi l'intervista a Nelson Martinico

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