Il cacciatore di luce

Il cacciatore di luce

Comincia ad albeggiare. Sul mare di Città del Capo si specchiano, come fiamme di un colossale incendio, i primi raggi del sole, che sulla terraferma lambiscono i tronchi delle palme da cocco. L’oscurità si ritira intorno all’unica abitazione sullo sperone di roccia più alto del promontorio. Ernest si sveglia accarezzato dalla prima luce del giorno; per questo non abbassa mai del tutto le tapparelle. Dalla stanza da letto, man mano che il sole si alza, scorge le chiome delle palme che circondano la casa scompigliate dalla brezza, i tronchi tinti di un grigio biancastro e le fronde verde acceso. Solo quando apre le tapparelle, quella mattina in particolare, vede quanto sia bella la giornata, e gli viene in mente un pensiero di Picasso: “Ci sono pittori che dipingono il sole come una macchia gialla, ma ce ne sono altri che, grazie alla loro arte e intelligenza, trasformano una macchia gialla nel sole”. Poi guarda lontano, oltre la rena bianca, oltre l’acqua cristallina a riva, oltre il blu più intenso del golfo, e sulla linea dell’orizzonte scorge una miriade di nuvole che disegnavano mobili trame di luci e ombre sul tratto di mare che attraversano. L’oceano si stende limpido e oleoso: a quell’ora, tutto sembra una promessa di bonaccia. Lungo la spiaggia il mare muore in uno sciabordio placido, mentre in prossimità delle scogliere si rompe con una passiva regolarità sugli spuntoni corallini. Osservando quel paesaggio incantato, sembra impossibile anche solo pensare che lungo quel tratto di costa decine di navi siano affondate per le tempeste…

L’ispirazione non si può governare. Arriva quando vuole lei. Impalpabile e incomprensibile. Bisogna solo essere disponibili a lasciarsi andare. Lasciare la porta aperta. Come all’amore. Ernest fa il pittore, ma anche un po’ l’eremita, verrebbe da dire. Infatti il suo cuore appare irrimediabilmente serrato. Per il sentimento, ma non per l’ispirazione, che fa sì che i suoi bei dipinti siano diretta espressione di puro istinto, della passione. Poi, un giorno, però, incontra Serena, che di mestiere è una fiorista, e come sempre nella vita ti accade quello che non ti aspetti quando hai smesso di pensarci. Pare l’inizio di una bella storia, no? Al di là di tutto, un’esplosione di tenerezza, sublimata dall’arte. E invece fa la sua comparsa un terzo tragico incomodo, un nemico terribile, la malattia. Il dramma maggiore, però, è che dietro a questa leucemia non pare esserci uno scherzo orribile della sorte, ma una diabolica macchinazione, su cui un ispettore e una giovane agente iniziano a indagare: Serena non pare essere la sola vittima… Una storia romantica? Presente. Volete un giallo? Eccovi serviti. Un dramma? Prego, accomodatevi. Bilancia ingredienti per ogni palato – e non suoni come una battutaccia, visto che l’azienda di famiglia e l’alimentazione sono legate a filo doppio ‒ con grande abilità Giovanni Ferrero, ormai romanziere esperto. La sua scrittura è semplice e al tempo stesso articolata, a tratti lirica, mai banale o trascurata, né approssimativa: la trama è solida, il ritmo buono, la storia coinvolgente come un film ben sceneggiato.

 

 

 

 
 
 
 

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