Il Califfato

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Se è vero che stiamo vivendo, in questo delicato periodo storico, qui nel Mediterraneo, un nuovo scontro tra civiltà, o qualcosa che davvero ci si avvicina, allora, stando a Marco Di Branco, prefatore e traduttore di questo saggio del professor Hugh Kennedy, dobbiamo dotarci tempestivamente di un “solido bagaglio di conoscenze di base sulla storia e sulla religione islamica”, sia per “smascherare l’inganno di chi utilizza l’immagine deformata del mondo islamico a scopi propagandistici”, sia per orientarci a dovere “nell’intrico di falsità, errori marchiani e fraintendimenti che caratterizza la rappresentazione dell’Islam nei paesi occidentali”. La recente riproposizione dell’antica istituzione del califfato da parte del cosiddetto Isis (“Stato Islamico in Iraq e in Siria”) ci obbliga a tornare a studiare e a meditare su cosa sia stato il califfato nel corso dei secoli. Paradossalmente, osserva Di Branco, a fronte di un enorme numero di studi specifici, esistono pochi lavori di sintesi sul tema: sino a poco tempo fa, nel mondo anglosassone, si adottavano ancora le classiche monografie di Sir William Muir [1891] e Sir Thomas W. Arnold [1924]; il lavoro di Kennedy va considerato un rimarchevole superamento delle vecchie fonti. Qui in Italia, le posizioni più d’avanguardia sono state quelle, recenti, del medievista Cardini, che ha osservato come le stragi dell’Isis non vadano considerate episodio di guerra di religione, ma “risultato delle mosse di un’organizzazione criminale che fa proseliti trattando l’Islam non come una fede ma esclusivamente come un’ideologia politica, postulando arbitrariamente la necessità che tutti i musulmani sunniti del mondo si riuniscano per combattere i ‘crociati’ occidentali e gli ‘eretici’ sciiti”. Marco Di Branco crede che si tratti di “marketing politico”: per demistificarlo, può servire partire dalle fondamenta: dallo studio della storia del califfato. L’arabista Hugh Kennedy si presenta ricordando che, quando ha iniziato a dedicare le sue ricerche al califfato, cinquant’anni fa, si trattava di un tema considerato, quando andava bene, “reliquia storica”: oggi quella reliquia s’è guadagnata una posizione d’avanguardia nel dibattito politico internazionale. Quanto lontani i tempi del suo placido dottorato di ricerca a Cambridge, quanto intensi i dibattiti e i confronti degli ultimi anni, nella School of Oriental and African Studies dell’Università di Londra, dove quotidianamente lavora. Entriamo nel suo saggio, adesso. Si parte con un fuoco di fila di domande: “Che cos’è il califfato? Che cosa s’intende con questo termine? E qual è la storia di questa idea? Si tratta di qualcosa di antico e irrilevante, interessante soltanto in quanto voce di un passato consegnato per sempre alla storia? Oppure è un concetto che possiamo interpretare e usare anche oggi?”. Kennedy comincia a rispondere a questi quesiti ricordando che, nonostante le molte interpretazioni e attuazioni differenti nel corso dei secoli, alla base di tutte c’è un concetto: il califfato “offre un’idea di comando che riguarda il giusto ordinamento della società musulmana, secondo la volontà di Dio”: per qualcuno, il califfo è l’ombra di Dio sulla terra; per la maggioranza, è il comandante in capo della comunità musulmana, la “umma”: è un uomo normale con poteri particolari. Il saggio si prefigge l’obbiettivo ulteriore di rispondere a tre domande fondamentali: in che modo e da chi doveva essere scelto un califfo, qual era la natura e la portata dei suoi poteri, quali fonti potevano essere adottate e interpretate per risolvere questi dilemmi, ritrovandosi a meditare in più d’un frangente su come si possa aver abusato di certi concetti fondamentali nel corso del tempo. Kennedy ripete spesso: “Non esiste un solo modello o un quadro giuridico che definisca il califfato”. Studiando si è documentato fondamentalmente sulla tradizione musulmana: è un approccio insolito, per un occidentale. “Il materiale non deriva da orientalisti stranieri, ma dalla ricchezza dell’intelligente e perspicace scrittura storica musulmana, per lo più in arabo, ma in parte anche in persiano e in turco”; le date sono fornite secondo l’era cristiana, per evitare confusioni, anche se naturalmente gli scrittori arabi consultati da Kennedy adottano date differenti, basate sul numero di anni lunari (undici giorni più brevi rispetto ai nostri anni solari) passati dalla “hijra” del loro profeta, da Mecca a Medina, nel 622...

Partiamo da un presupposto: il sottotitolo dell’edizione italiana del saggio del professor Hugh Kennedy è ampiamente traditore. Non si va, se non in senso estremamente lato, “da Adamo all’Isis”: questo è sostanzialmente un libro di storia islamica alto-medievale; le vicende odierne dell’Isis e del cosiddetto califfato vengono appena menzionate in qualche circostanza e vengono rapidamente trattate in una manciata di pagine finali: mentre ad Adamo (così come a Davide) sono, direi molto prevedibilmente, riservate due battute. È un peccato, perché i parallelismi col passato proto-islamico che la propaganda contemporanea dell’Isis va ripetutamente proponendo risultano, quando opportunamente evidenziati nel saggio, illuminanti, sconcertanti e sinistri, come quando si scopre che il colore nero scelto dall’Isis per simboli e uniformi è un chiaro e diretto riferimento agli Abbasidi, che avevano scelto il nero come colore ufficiale per le vesti di corte. Il discorso è che Kennedy non intende cedere, culturalmente, al gioco dei signori del sedicente Isis: il suo libro vuole dimostrare che il califfato è un concetto con una grande varietà di significati e interpretazioni, e che la sua suprema flessibilità è stata la ragione della sua forza e della sua fortuna plurisecolare. L’adozione perversa del concetto di califfato, strumento di propaganda di ideologie brutali e assassine, non deve farci dimenticare (questa la sua lezione) che l’idea di califfato non è, di per sé, necessariamente pericolosa o minacciosa. “Non dobbiamo averne paura, anche se ci fa paura il modo in cui alcuni hanno scelto di interpretarla”. Non so dire se sia un approccio condivisibile: probabilmente ho una posizione inversa e una visione molto più drammatica di cosa abbia significato l’esistenza e la prepotenza del califfato per il mondo greco-romano e, su un altro livello, per il mondo persiano. È mio dovere riferire che è l’approccio dell’autore: non devo discuterlo. Detto ciò, come saggio di storia alto-medievale, soprattutto come saggio sul califfato omayyade e abbaside, il volume di Kennedy è destinato a dare soddisfazioni a quanti debbano orientarsi o stiano cercando di orientarsi nelle complicate e farraginose vicende islamiche; il capitolo dedicato all’imamato, cioè al califfato degli sciiti, è complesso e lento ma rimane affascinante; deboli o molto deboli sono le pagine dedicate al califfato sotto i Mamelucchi e gli Ottomani, mi sembrano anzi decisamente meno complete e in generale meno lucide, non senza qualche strabiliante errore filologico, dovuto (spero) a qualche negligenza nella traduzione (ad esempio: a venire sanguinosamente conquistata a fine Trecento non è stata l’esotica e già turca “Edirne”, con buona pace del testo, ma la millenaria, a noi cara “Adrianopoli”). L’edizione include un utile glossario, una buona cronologia dei califfi (“ortodossi o ben guidati”, 632-61; “omayyadi”, 661-750; “abbasidi”, 749-1517; “spagnoli omayyadi”, 929-1031; “almohadi nel Nord Africa e in al-Andalus”, 1130-1269; “fatimidi”, 909-1171), un discreto apparato di note, un elenco ragionato di letture consigliate, un indice analitico per agevolare future consultazioni. Tra le pagine più sorprendenti o comunque più inattese, quelle dedicate alla fondazione della città di Baghdad, nel 762, e alla possibilità che laggiù, sotto califfato abbaside, per la prima volta nella storia del mondo, un artista (“uomo o donna”, scrive Kennedy) abbia potuto vivere del frutto del suo lavoro di autore, perché nel IX secolo a Baghdad c’era un’autentica cultura letteraria popolare e un artista poteva scrivere, copiare e vendere una sua opera nei cento o più negozi del Suq dei libri. Anzi: “se i propri libri non vendevano bene, per tirarsi fuori dai periodi di magra, si poteva sempre ripiegare sulla copiatura delle opere altrui”. Sembra che all’epoca non ci fossero nemmeno particolari problemi di censura; la poesia era la regina delle arti del tempo. Per Kennedy, la Baghdad degli Abbasidi “era un po’ come Londra o Parigi durante l’Illuminismo: la conoscenza fioriva nei saloni e negli studi dei funzionari governativi, compresi, naturalmente, i califfi e i privati cittadini”. Qualche cenno sull’autore, per finire. Hugh N. Kennedy, islamista inglese, classe 1947, già docente di Storia Islamica a Saint Andrews (Edinburgo), attualmente, come vi riferivo nella prima metà dell’articolo, insegna a Londra, alla School of Oriental and African Studies.



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