Il campione

Il campione
“La testa contro le chiappe di Mellor, aspettavo che la palla gli sbucasse tra le gambe. Fu troppo lento. Mi stavo allontanando, quando il cuoio rimbalzò tra le mie mani e, prima che riuscissi a passare, una spalla mi colpì la mascella. I denti sbatterono con tale violenza che rimasi stordito, e tutto si fece nero”. Così, secco e asciutto, è l’inizio dell’avventura di Arthur Machin, minatore ingaggiato dalla squadra della cittadina di Primstone, nell’Inghilterra del nord, per iniziare una carriera nel rugby a tredici. Lo sport del quale si parla è quello della Rugby League, negli anni sessanta poco comune e meno conosciuto del classico Rugby Union (giocato in quindici). Arthur Machin è un ragazzo che prova a tutti i costi a diventare uomo. Lo fa in un contesto dove incontra gente senza niente da perdere, col solo obiettivo poco sportivo di fare carriera per avere soldi. Arthur sembra perfettamente integrato nel contesto: è sgradevole, pieno di sé, sicuro, ma destinato ad andare incontro a una vita dura e una carriera altrettanto difficile. Nonostante la giovane età ha già conosciuto la durezza del lavoro in miniera e le botte sul campo con la speranza di tornare a casa in buone condizioni. Una casa vera Arthur non ce l’ha, ma vive a pensione dalla signora Hammond, vedova. Valerie Hammond ha dieci anni più di lui e due bambine da mantenere. Nonostante le complicazioni del caso, Arthur, se ne innamorerà. Una vita non facile, in bilico tra l’ingaggio da cinquecento sterline alla stagione, gli eventuali premi aggiuntivi, le pinte di birra al pub, i problemi dei genitori e il suo amore vissuto rudemente e in modo complicato fino al punto di dover rendere conto delle proprie scelte al destino...
Il rugby come metafora di una vita alla quale si può solo sopravvivere con le ossa rotte e senza denti: l’autore David Storey aveva 27 anni quando diede alle stampe Il campione, il suo primo romanzo. Una storia di amore e di sport, intensa e ruvida con lo sfondo delle fabbriche e la desolazione della periferia che diventa desolazione della condizione umana. Storey è stato giocatore di rugby, quindi la materia narrata l’aveva vissuta e subita. Il suo stile realista viene messo in scena da una scrittura asciutta, a tratti violenta, che non risparmia i particolari più crudeli e dolorosi. Le descrizioni degli eventi, comprese alcuni delicatissime fasi di gioco, sono di una perfezione tale che calano il lettore dentro la storia, fianco a fianco coi personaggi. Storey fa emergere dalle pagine il ritratto di una classe operai oppressa, che si batte nella polvere provocata dalle fabbriche. È un romanzo sofferente, come lo sport del quale si parla. E tutto questo dolore, come la gioia che si prova nella vittoria o nel raggiungimento di un risultato, viene portato nella vita di tutti i giorni che i personaggi sono costretti ad affrontare. Ne Il campione non esistono porte metaforiche da chiudere per non vedere l’ostacolo, o seconde uscite dove evadere facendo un lungo respiro. Tra le pagine di questo libro si trova solo la grande volontà di prendere la vita di petto, a costo di esserne schiaffeggiati e la grande volontà di rispondere a questi schiaffi cercando a tutti i costi di ritagliarsi una possibilità. "Mi feci fasciare le caviglie, mi vestii e mi infilai i denti" sembra una minaccia ma è la frase del romanzo che più cattura lo spirito di un uomo che, anche contro la freddezza e il grigiore dell'Inghilterra del Nord di quel periodo, non ha mai avuto esitazioni nel proseguire per la sua strada. A cinquant'anni dalla prima edizione uno dei romanzi più eroici degli anni sessanta torna finalmente in libreria.

 

 

 

 
 
 
 
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