Il candidato lettone

Il candidato lettone
Alle elezioni europee del 2009, Giulietto Chiesa accetta la proposta di candidarsi come europarlamentare in Lettonia tra le file del “Partito per la difesa dei diritti umani in una Lettonia unita”, una realtà partitica totalmente dedita alla difesa dei diritti civili della minoranza russa sul territorio lettone. Il che non è problema irrilevante perché le incalzanti politiche scioviniste, che sfociano invero in un accecato sfogo di xenofobia, creano non pochi problemi ai russi, perfettamente radicati nel Paese, che vi sono rimasti successivamente alla dissoluzione dell’Unione Sovietica. Dopo il 1991, infatti, in tredici delle quindici Repubbliche che costituivano l’impero sovietico è stata promulgata una legge secondo la quale tutti i russi avrebbero naturalmente ottenuto la cittadinanza del Paese nel quale si trovavano. Gli unici due a rifiutarsi sono stati la Lettonia e l’Estonia. A Riga i cittadini (e non soltanto quelli russi) che non hanno almeno un genitore di etnia lettone sono addirittura bollati come “alien”. Alieni, non cittadini, per cui privi di tutti i diritti civili che spetterebbero a chiunque. Non possono votare, non possono farsi eleggere, non possono aspirare ad occupare posti di potere. Lasciati ai margini della società, i russi pagano le conseguenze di un odio strumentale aizzato contro il fantasma di un’Unione Sovietica che dalla Seconda guerra mondiale in poi ha occupato il territorio nazionale. Il tutto nella gaudente cornice di un’Unione Europea così lesta nello sbracciarsi chiedendo il rispetto dei diritti umani a destra e a manca, salvo chiudere un occhio, ma anche due, davanti alle aperte violazioni dei diritti basilari dei cittadini in uno dei suoi Stati membri. Il problema non è soltanto lettone, in un Baltico sempre più nazisteggiante che esalta “eroiche” SS e trasloca nottetempo statue che celebrano la cacciata dei nazisti da parte dei sovietici. È il tentativo, neanche troppo velato, di far ricadere biblicamente le colpe dei padri sulle teste dei figli che hanno avuto come unica sventura quella di voler rimanere nel paese in cui sono nati e per il quale, spesso, hanno lottato…
Schiaffi all’Unione Europea, schiaffi agli Stati Uniti, schiaffi all’Italia ed anche alla (grande madre) Russia. Giulietto Chiesa ne ha per tutti. Partendo dalla sua entusiasmante quanto infruttuosa esperienza lettone butta sul piatto una verità sconcertante: parafrasando Orwell, tutti gli esseri umani sono uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri. La tanto decantata Europa di Bruxelles e Strasburgo di cui anche lui è stato rappresentante, viene smantellata nel fastidioso specismo per il quale l’ortodossia democratica debba valere a tutti i costi per la Turchia, ma non per la Lettonia, l’Estonia, la Romania o la Bulgaria. Partire dal caso lettone serve per denunciare senza troppi convenevoli (questo è il suo stile) la discrepanza sconfortante tra gli amici, per i quali la legge si interpreta, ed i nemici per i quali, invece, la legge si applica. Attraverso storie personali dei cosiddetti “alien” butta sulla graticola un sistema quasi impeccabile volto a derussizare la Lettonia ed umiliare le minoranze presenti sul territorio. Una politica vessatoria capziosa fatta di cognomi modificati perché siano omogenei alla lingua patria, esami di lingua e cultura lettone per la naturalizzazione e poi la cosa più abietta: sentirsi straniero in casa propria. Chiesa divaga spesso dal tema centrale del libro, ma lo fa a ragion veduta essendoci sempre un nesso tra la piccola realtà che ha affrontato durante la sua povera campagna elettorale ed il sistema liberoscambista macroscopico degli assetti geopolitici internazionali. Per questo ha gioco facile nel mettere alla berlina un sistema capillare di disinformazione massiccia strumentale ai poteri forti che cerca necessariamente di costruire l’esercito dei buoni (l’occidente e tutti coloro che ne abbracciano principi economici e politici) e quello dei cattivi (tutti gli altri). Una lettura coinvolgente, perché invita alla riflessione su una poliedricità di temi e instilla la convinzione che una mente informata non è necessariamente sinonimo di una mente costantemente attenta e critica.

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