Il cane a tre zampe di Galina Petrovna

Il cane a tre zampe di Galina Petrovna
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A differenza di molti suoi vicini e di tutti gli amici del club per anziani del centro culturale di Azov Galina Petrovna Orolva, detta Galja, non grida quasi mai. Mentre gli altri sfavillano come incarti di caramelle masticati da un gatto, lei siede diritta sulla sedia, silenziosa e bronzea, le mani vigorose strette in pugni chiari e paffuti appoggiati sulla stoffa a fiori che le copre le gambe. Ascolta con attenzione le lamentele degli altri, sospira e commenta con garbate esclamazioni i racconti delle loro vite difficili. Per quanto riguarda lei, Galja, vive nel presente e soltanto di rado si abbandona ai ricordi. I suoi pensieri sono per l’orto, il buon cibo, le partite a carte - spesso movimentate e complesse - e gli amici. È orgogliosa della sua città e della sua regione, e di sicuro difenderebbe senza pensarci su due volte la madrepatria da ogni tipo di critica che non provenga da lei. Non è certo quella che si possa definire una sentimentale, eppure anche le persone meno sentimentali devono poter contare su qualcosa oppure su qualcuno e, giunta al tramonto dei suoi giorni, Galja riesce a trovare un senso di pienezza, di completezza, di pace compiuta e di serenità in qualcosa di molto diverso rispetto al solito. Non si tratta infatti dell’alcol, dei pettegolezzi o del giardinaggio. E nemmeno nella chiesa: bensì in Boroda la barbuta, chiamata così proprio per il suo sottile pizzetto. Chi è Boroda? Il suo cane a tre zampe. Una femmina, faccia stretta e zampe aggraziate con ciuffi di pelo ispido e grigio. Gli occhi scuri pendono sopra gli zigomi alti in ricordo, forse, di un qualche remoto parente borzoirimasto nelle pianure orientali, sotto una volta di stelle simili a lacrime ghiacciate. Galja la vede la prima volta davanti alla fabbrica, senza nemmeno aver bisogno degli occhiali. È quella la prima impressione. Ma poi, avvicinandosi…

Galina è sui settanta. È russa. Sono circa quarant’anni che è vedova, ma è ancora una donna piacente, anche se non fa niente di speciale per curarsi. Non è vezzosa o vanitosa: nemmeno trascurata, per carità, ma comunque non spreca tempo in frivolezze. La sua vita forse può essere definita come una sorta di semplice e ripetitiva routine, ma in verità non c’è nulla di noioso: semplicemente è una esistenza tranquilla, placida, serena, quella che molti sperano, insomma. Cura la casa, l’orto, incontra gli amici al centro anziani di Azov, la città dove vive da quando è nata, è una donna perbene e di sani principi, seria ma non severa, rifiuta con garbo la corte delicatissima di Vasilij, un pensionato come lei, e ama Boroda, la sua cagnetta, che non vuole assolutamente far sentire legata mettendole un collare. Ma non tutte le persone, si sa, la pensano allo stesso modo, e se c’è chi ama gli animali c’è anche chi li odia. Così, un brutto giorno, come si direbbe nelle favole, Boroda sparisce. E lei inizia la sua ricerca. Meglio, la caccia al furgone dell’accalappiacani, il Disinfestatore (l’est Europa spesso è teatro di molte barbarie nei confronti degli amici a quattro zampe), che ha rapito la bestiola. Un inseguimento per cui è fondamentale il dolce Vasilij, che non perde tempo e monta sul suo sidecar, come se A spasso con Daisy fosse diventato un buddy movie, esilarante e commovente. Come si direbbe nelle favole, si è scritto: e in effetti il romanzo di esordio di Andrea Bennett ha un tono fiabesco, leggero, gentile, quasi sognante. Al tempo stesso però è anche un romanzo simbolico, che affronta tanti temi: la vecchiaia, l’amore, i sentimenti disinteressati e la gratuita crudeltà che spesso è nell’animo umano. Inoltre dipinge vivacemente la Russia postsovietica, con tutte le sue contraddizioni.



 

 

 

 
 
 
 

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