Il canto del ribelle

Il canto del ribelle
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In principio c’erano fuoco e ghiaccio, Caos e Ordine, e dal loro incontro è cominciata la vita come la conosciamo. Da lì sono venuti Odino, il Padre di Tutti, e anche Loki, il Fuoco incarnato detto il Burlone. Suo padre era un fulmine, sua madre un mucchio di ramoscelli secchi: sarà questo modello genitoriale sui generis che lo ha reso così imprevedibile, difficile da controllare, con la propensione per lo scherzo pesante. Quando Odino lo invita nel suo regno, Loki accetta. La tentazione di diventare un dio è forte e gli fa varcare le porte di Asgard, una cittadella arroccata su uno sperone di roccia accessibile solo attraverso il Ponte dell’Arcobaleno. Non si può dire che le altre divinità gli facciano un’accoglienza calorosa, ma neanche Loki mostra per loro una particolare simpatia. Né per l’impudente e vana Freyja, né per Balder, bello, buono e adorato da tutti, né per Thor, un babbeo muscoloso con più barba che cervello e morbosamente attaccato al suo martello, né per nessun altro dell’eletta combriccola. All’inizio Odino lo protegge perché la sua intelligenza e la sua astuzia si rivelano preziose in molte circostanze. Essere utili non equivale però a essere accettati. Loki lo sa e cova vendetta. Viene il tempo in cui passa il segno con i suoi imbrogli e allora ci sarà guerra senza pietà. Ci sarà Ragnarók e la resa dei conti finale, proprio come aveva predetto l’Oracolo...

Dimenticate il brunocrinito Tom Hiddleston che nei film Marvel gli dà il volto pallido e tenebroso. Questo Loki è completamente diverso, e non solo per i capelli rossi e gli strani occhi verdi. Strafottente, cinico, non perde occasione di farsi beffe di quei numi pieni di umanissimi difetti, quei ventitré Æsir e Vanir (più il gran capo Odino) compiaciuti di sé e tirati a lustro che con i loro vestiti sfarzosi e le corone d’oro in testa lo hanno fatto sentire da subito una presenza non grata. Ecco da dove è germinato il seme della rovina che ha portato al crepuscolo degli dei: dall’esclusione, dal desiderio di rivalsa che hanno stretto il cuore di Loki in un nodo di filo spinato e hanno acceso la sua rabbia. Dopo Le parole segrete e Le parole di luce Joanne Harris - che molti conoscono soprattutto per il fortunatissimo romanzo Chocolat - torna alle antiche leggende e alla magia delle rune per rileggere la mitologia norrena dal punto di vista del suo antieroe per eccellenza. A lui affida il compito di narrare la propria versione dei fatti, quella che Loki chiama Lokabrenna, vale a dire Il Vangelo di Loki. Il tono scanzonato e il linguaggio volutamente anacronistico rendono divertente la rivisitazione senza toglierle un grammo di fascino. E l’epopea nordica ci viene restituita in tutta la sua grandiosa malia che è in gran parte dovuta alla catastrofica conclusione annunciata. I Götterdämmerung hanno un indiscutibile fascino e lasciano a noi semplici mortali la soddisfazione di esservi sopravvissuti, nonostante tutto.



 

 

 

 
 
 
 

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