Il cargo giapponese

Il cargo giapponese
Il commissario Sperandio vive in Sardegna, in un paese fra i monti della Barbagia conosciuto solo dai pastori e dagli intellettuali, in compagnia del suo cane. Un giorno squilla il telefono: è il questore di Cagliari, che pensa che quel solitario segugio dello Stato sia adatto ad un nuovo caso da risolvere. Un cargo battente bandiera giapponese è entrato a Cagliari, travolgendo pescherecci e barche da diporto. È vuoto: niente personale, niente carico. Non è stato possibile neanche capire come sia potuto entrare, si è ipotizzato che qualcuno lo abbia pilotato e poi si sia buttato in mare, senza tuttavia vedere l’affiorare di giapponesi, vivi o morti. L’atletico commissario non può dire di no al suo vecchio compagno di corso all’epoca della loro formazione presso la scuola di polizia della capitale, per cui lascia tutto al suo vice e si dirige verso Cagliari, verso la sua nuova avventura professionale…
Germanista e letterato di primissimo ordine, Giorgio Manacorda è un’espressione rilevante di come la critica e la saggistica possano applicarsi con delicata maestria nell’arte del racconto. In meno di cento pagine, con una scrittura che legge bene la contemporaneità senza prestare il fianco al gergalismo forzato, Il cargo giapponese è un esempio encomiabile di come si possa tagliare quel diamante che risponde al nome di romanzo giallo in modo originale rispetto a quelli notoriamente classificati, fondendo con grande maestria l’omicidio ripetuto, il nesso fra letteratura e vita, l’eterno tema dell’amore. Con una ritmica che rievoca l’ossessività di Dieci piccoli indiani, cui l’accomuna la presenza della macabra decina di morti, il romanzo gioca in modo con la letteratura (abbondano i nomi dei giganti tedeschi ed europei, con tanto di citazioni ed edizioni di riferimento all’interno dei dialoghi), al punto da far ruotare tutto l’enigma attorno alla poesia Die Groβe Fracht di Ingeborg Bachman, nei cui versi alberga la soluzione del caso.

 

 

 

 
 
 
 
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