Il caso Collini

Il caso Collini
27 maggio 2001. Berlino, hotel dirimpetto alla porta di Brandeburgo, stanza 400. Sul pavimento della “Brandenburg suite”, proprio quella che si affaccia sulla storica Porta, viene trovato riverso a terra il corpo di un ottantenne. L’aspetto distinto. Se non fosse per quei quattro proiettili che gli sono penetrati nell’occipite, uno fuoriuscito dall’altra parte portandogli via metà faccia, facendo schizzare ovunque sangue e massa grigia. La cameriera ai piani, le due signore in ascensore, la coppia al quarto piano hanno visto un uomo dall’aspetto corpulento aggirarsi intorno alla stanza 400. Puzzava, puzzava terribilmente di sudore. Difficile dimenticarsene. In poche ore quell’uomo viene identificato. Il suo nome è Collini. Fabrizio Collini. Un operaio di origini italiane che ha passato oltre metà della sua vita in Germania, da poco in pensione. Tutto sembra portare proprio a lui. Le prove del delitto ancora sul suo corpo e sui suoi abiti. Di più: Collini è reo confesso. Manca solo il movente. A Collini, che si chiude nel silenzio rifiutando ogni difesa e tacendo le ragioni del suo presunto gesto, viene assegnato d’ufficio un giovane brillante avvocato, Caspar Leinen, alla sua prima causa. Una causa che si profila tutt’altro che semplice, tanto più che la vittima è un potente industriale tedesco noto in tutto il Paese, e suo avvocato di parte civile un brillante patrocinatore del foro di Berlino. Una causa ancor più complessa, perché Leinen  viene a scoprire che la vittima, Jean-Baptiste Meyer all’anagrafe, è in realtà quello stesso Hans Meyer che egli conosce dall’infanzia, il nonno del suo migliore amico, un uomo di cui ricorda i modi gentili e di cui serba un affettuoso ricordo. Benché combattuto, Caspar Leinen decide di non rinunciare all’incarico e di cercare in tutti i modi di far luce sul movente del delitto, alla ricerca della verità. Un’indagine in cui nulla è come sembra all’inizio.  Un’indagine che lo porterà a scavare nel passato di Meyer e di Collini, e  seguendo il filo di un labile indizio lo riporterà ad un episodio accaduto in Italia molti, molti anni prima... 
Il caso Collini è stato in Germania un autentico caso letterario, balzato in vetta alle classifiche di vendita nell’arco di poche settimane. E se ne capisce la ragione. Un ritmo narrativo incalzante, serrato, avvincente, in cui la verità viene fatta affiorare un po’ per volta - indizio dopo indizio - ma con inattese virate. Traspare, nella scrupolosa e serrata dialettica in cui si svolge il dibattimento in tribunale, carico di tensione e di “colpi di scena”, la formazione stessa dell’autore, Ferdinand von Schirach, brillante avvocato penalista di Monaco “prestato” alla letteratura, che dimostra di padroneggiare con abilità gli ingredienti di un legal thriller. Eppure, nonostante il ritmo appassionante che fa leggere il romanzo tutto d’un fiato,  Il caso Collini è qualcosa in più di un giallo giudiziario. I protagonisti del romanzo, il presunto omicida e la vittima, sono legati a doppio filo da una storia che ha radici lontane, sepolte nella Seconda Guerra Mondiale, nel regime nazista, nei crimini compiuti in quegli anni. Consapevoli o inconsapevoli, volenti o desiderosi di seppellire il passato sotto una coltre di oblio, devono confrontarsi con ciò che fu, con la responsabilità delle loro azioni o con le conseguenze di ciò che vissero. Von Shirach, con uno stile lucido asciutto serrato,  costringe il pubblico – tedesco, e non solo - a confrontarsi con un passato scomodo e carico di orrore, a interrogarsi sulle responsabilità individuali e collettive, a interrogarsi innanzitutto se, e in che misura, vi furono responsabilità individuali in un clima di follia collettiva. E’ possibile, in un clima di deriva generale, annullare le responsabilità del singolo?  A questo tema si intreccia strettamente quello della giustizia, che fra codici e aule di tribunale, muovendosi come un equilibrista  sul filo di cavilli e sottigliezze legali, può assumere confini labili e mutevoli, sino ad annullare  - o fortemente ridimensionare - la gravità penale di atti che secondo altre interpretazioni o altri codici potrebbero configurarsi come pesanti reati. Come si configura il rapporto fra la giustizia giuridica e quella morale, fra una giustizia sancita – o forse talvolta negata?– dalla legge (o da una certa legge) e quella della coscienza? Che fare quando queste due giustizie paiono addirittura stridere? Interrogativi aperti e scottanti, per i quali vale davvero la pena leggere questo romanzo.

 

 

 

 
 
 
 
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