Il caso sbagliato

Il caso sbagliato
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Milton “Milo” Milodragovitch potrebbe passarsela benissimo, quale ricco ereditiero di uno dei più grandi patrimoni di Meriwether, se solo il suo vecchio non avesse vincolato ‒ con quanta lungimiranza! ‒ il suo testamento al compimento del cinquantatreesimo anno di età del figlio. O almeno potrebbe passarsela un po’ meglio, se solo le restrittive leggi sul divorzio di un tempo non fossero state appena cambiate, impedendogli ormai perfino di tirare su quel po’ di soldi che raggranellava andando a caccia di laide infedeltà per tutta la contea. Purtroppo, invece, se la passa male, spendendo in alcolici di pessima qualità quel poco che guadagna facendo l’investigatore privato. Insomma, fino a un minuto prima pensava di non poter stare peggio di così in nessun caso; ma adesso, dopo aver lasciato scappare la cliente dal suo ufficio ‒ avendole chiesto, con ebbra leggiadria, di pagarlo in natura ‒ è convinto di aver toccato il fondo. Per l’aberrante mancanza di professionalità, certo; ma questo è il meno. Soprattutto, perché è già mezzo innamorato di questa Helen Duffy, e sa bene che ciò gli procurerà una nuova montagna di guai: non solo perché è disposto a lavorare gratis per ritrovarle il fratellino scomparso, ma anche perché questo lo porterà ad avere a che fare con gente che sarebbe meglio tenere alla larga...

Il caso sbagliato è un romanzo datato 1975 (in Italia ha visto la luce solo 33 anni dopo, nella traduzione Einaudi di Luca Conti, che ha tradotto quasi tutte le opere di Crumley), secondo di James Crumley (nel 1969 c’era stato Uno per battere il passo), e primo del ciclo che ha come protagonista Milodragovitch (alter ego di C.W. Sughrue, che abbiamo già incontrato nel trittico L’ultimo vero bacio, L’anatra messicana e Una vera follia), anch’egli investigatore privato e dalla parlantina altrettanto discutibile. Scritto tre anni prima del suo capolavoro, ne mostra già tutta la grinta, tanto nei dialoghi quanto nelle situazioni più ingarbugliate e dinamiche. Ma non c’è solo Milodragovitch ‒ ultimo di una dinastia di banchieri, ormai talmente sul lastrico che, per guardare gli altri dall’alto in basso, “non gli resta che affacciarsi alla finestra” ‒ ad attrarre l’attenzione; la fiammeggiante guest star è Helen, per la quale (non ditelo a mia moglie) è effettivamente impossibile non prendersi una bella cotta: “Una trentacinquenne ben conservata, e non grazie all’esercizio fisico, ma proprio evitandolo”. Non si ha idea di quanti guai può portare una donna come quella, finché non ci si mette a cercarne il fratello (che, se è scappato di casa, avrà avuto i suoi motivi) nei peggiori ambienti della città. Da leggere d’un fiato, con le maggiori aspettative.



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