Il castello tra le nuvole

Il castello tra le nuvole

È stremata, in mezzo alla neve ma non così lontano da non poter sentire le note dei violini che suonano nella sala da ballo dell’hotel che ha raggiunto fuggendo dalla sua precedente abulica vita e rischiando che il suo primo giorno da bambinaia finisse in tragedia ancora prima di cominciare, ruzzolando in mezzo alla strada con due pargoli affidati alle sue cure e quasi investiti dall’auto del figlio del proprietario dell’albergo. Ha perso una scarpa chissà quando e chissà dove, tiene tra le braccia una bambina addormentata che non è evidentemente la sua, ha al collo un diamante da trentacinque carati, anch’esso di altrui proprietà, è in preda all’adrenalina ma nonostante questo ha la prova che il luogo comune secondo il quale nelle situazioni di emergenza non si percepiscano più né il freddo né il dolore è una sonora baggianata. La ferita alla spalla le pulsa e le duole terribilmente. Il sangue le scorre lungo il braccio. Gocciola sulla neve. I muscoli le bruciano, ma non sposta la bambina. Se le cambia posizione si sveglia. Se si sveglia fa rumore. Se fa rumore chi le insegue capisce dove sono. Si dice anche che nei momenti di grandissimo pericolo il cervello funzioni alla perfezione: falso anche questo. Non è lucida. Ha solo imparato a sue spese che un silenziatore attutisce davvero il rumore di uno sparo. Ed è convinta che ci siano momenti migliori di quello per un bacio. Senza dubbio. Non sa nemmeno se il ragazzo che glielo sta dando sia buono o cattivo, in fondo. Però lui dice che la voleva baciare dal primo momento che l’ha vista. E a lei tornano le forze…

Che Kerstin Gier oltre che scrittrice – apprezzatissima, in patria, la Germania, ma non solo – sia anche un’insegnante si capisce lontano svariate miglia. E se ne accorge, trovando immediata conferma alla sua immaginazione non appena si rivolge alle note biografiche per soddisfare la propria curiosità, anche chi non conosce la sua storia né la sua prosa nel breve volgere di poche pagine: perché solo chi ha un contatto diretto e continuo con il mondo della giovinezza, ascoltata e osservata senza preconcetti, può, con ogni probabilità, raccontarla come fa lei. Ossia in maniera semplice, chiara, precisa, credibile, senza retorica, senza vagheggiamenti, con onestà. Ed è proprio questo il pregio principale di un romanzo di pura evasione ma capace di veicolare contenuti profondi, dalla trama ricca di colpi di scena, mai banale, mai noiosa, che ha una protagonista ben caratterizzata, Fanny, una diciassettenne che vorrebbe essere, com’è normale che sia, più grande della sua età ma che è ancora, com’è altrettanto usuale che avvenga, e non solo alla sua età, dannatamente insicura nonostante abbia – ma non ne è del tutto consapevole, ancora – formidabili risorse: bisognosa di un cambiamento perché le pare che tutto nella sua vita vada storto, decide di mollare ogni cosa e di andare a fare uno stage in un grande, suggestivo, prestigioso e decadente albergo, un non luogo per antonomasia, in mezzo alle Alpi svizzere, con una clientela a dir poco stravagante, una compagine di colleghi non propriamente accogliente e persino il rischio di un rapimento.



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