Il ciclope

Il ciclope
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Il viaggio verso una piccola isola è solo l’inizio del vero viaggio, che comincia con l’approdo ma non finisce con l’imbarco verso la terraferma. Il rischio che si corre è quello di restare isolani e, in un certo modo, isolati per sempre. Perché questi piccoli lembi di terra sono creature strane, verso le quali si fugge per dimenticare magari una vita intera e trovare pace, ma che invece ti gettano in mezzo a un vortice di emozioni e di sensazioni persino violente, come violenta può essere la bellezza maestosa di un tramonto sul mare o l’urlo del vento nelle grotte butterate dai frangenti. Sono luoghi a loro modo sacri, culle e tombe per eroi e mostri mitologici, sono rifugi per creature migratrici. E chi lo ha detto che anche l’uomo non lo sia? Il bisogno di viaggiare ci spinge lontano, la nostalgia ci fa tendere al ritorno. E i fari, ormai sempre più disabitati e sostituiti dai navigatori satellitari, sono oracoli, incastonati come molari nelle ossa dell’isola. La lente di Fresnel, l’occhio vitreo e ipnotico, è un prodigio della tecnica, che stupisce e ammalia come un enigma. Come possa, una così minuscola fiammella, ingigantirsi e trasformasi in fascio lucente, è un mistero che meraviglia chi, per la prima volta, lo può contemplare da vicino. Per il visitatore che saprà guardarli, ascoltarli e viverli, l’isola e il faro saranno compagni di viaggio, parenti stetti e divinità da adorare e dalle quali imparare di nuovo l’essenza di questa vita sotterrata dalla tecnologia, dalla modernità e da tutto ciò che non ci è mai appartenuto veramente…

Paolo Rumiz, ospitato per alcune settimane in un faro arroccato sopra una piccola isola del Mediterraneo della quale non vuole svelare il nome, affronta così il suo primo viaggio immobile. Il segreto che lo spinge a non rivelare il luogo, anche se i lupi di mare lo avranno già scoperto, sembra più un bisogno egoistico di mantenere intatto un piccolo paradiso che il mare ha potuto proteggere fino ad oggi. Piccole passeggiate ventose lungo i sentieri impervi dell’isola e le osservazioni notturne delle costellazioni si trasformano in grandiosi viaggi mentali, visioni, sogni o incubi a occhi aperti che lasciano lo scrittore prostrato, affamato e assetato di cibo. Con addosso una felicità che lo rende dolorante, come se avesse percorso una distanza enorme. I sensi di Rumiz sembrano essersi acuiti, sono antenne sempre all’erta pronte per ricevere e inviare segnali di vita ovunque nel mondo. Tutto, sull’isola e dentro al faro, ha più gusto e niente sembra poter competere con il sapore del cibo, dell’aria e con la limpidezza di una luce sopravvissuta alla mitologia. Ci si sente quasi rammaricati, leggendo queste righe che paiono gettate d’impeto su quaderni vergati a mano da mani febbricitanti, d’essere nati in campagna, in città o in qualsiasi luogo distante dall’isola. Abituati all’affascinante ma sempre pacata capacità di Rumiz di descrivere i suoi numerosi viaggi, ci sorprende questa nuova prosa così densa di emozioni. La natura sembra averlo posseduto, così come il canto degli uccelli al tramonto, che è un lamento per la luce che muore. Per chi vorrebbe scomparire per un po’, o immaginare una piccola fuga in un piccolo mondo, questo è il libro ideale.



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