Il cielo dopo di noi

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Mira, diminutivo di Miranda, non vede suo padre e la sua sorellastra Alessia da circa dodici anni e quando una mattina presto riceve proprio la chiamata di Alessia che le comunica che il padre, ormai ultraottantenne, è sparito, viene colta da reazioni confuse, non proprio consone alla situazione e al momento. È una domenica mattina, sono le 8.00 e mentre scende dal soppalco per andare a farsi un caffè in cucina, la vocina piagnucolosa della sorella minore continua a chiederle aiuto attraverso il cellulare. Miranda non ricorda proprio quanti anni possa avere, forse 14, ma sobbalza quando le dice di essere “un po’ tanto incinta” e di essere sposata da più di un anno. Si ricorda così di una “busta-invito” finita direttamente nella spazzatura, senza essere aperta. Mentre continua a scambiarsi frecciate con la sorella entra in cucina e, con grande sorpresa, si trova davanti un estraneo nudo e con il suo asciugamano allacciato in vita. Di lui assolutamente non si ricorda: di solito non porta a casa i suoi amanti! Si trova così impegnata su due fronti: da una parte la sorella Alessia che le racconta degli ultimi giorni del padre prima della sparizione, nei quali era apparso un po’ strano mentre metteva negli scatoloni destinati alla chiesa la roba di sua madre, la nonna Gemma, e dall’altra tenta di chiudere lo sconosciuto in cucina, incastrandogli l’alluce nella porta. Come se non bastasse, viene a sapere che se aiuterà la sorella nella ricerca del padre, le verrà dato un assegno che per la verità è l’eredità lasciatale dalla nonna e che la attende da un paio di anni...

“La guerra insegnava a odiare indistintamente, toglieva compassione, umanità. E neppure riuscivi più a essere grato, sinceramente grato, a qualcuno che cercava di essere d’aiuto”... è una riflessione che nel bel mezzo del romanzo di Silvia Zucca ti prende come un pugno allo stomaco, soprattutto perché potrebbe essere adattata a molto altro nella nostra vita di umani, ogni volta che si può ricondurre il ragionamento all’idea di “schieramenti”. Un parallelo che corre tra oggi e ieri con le vicende della Seconda Guerra Mondiale vissuta da sfollati in un piccolo paese di poche anime dove si conoscevano tutti e un ricercare e ritrovare notizie del proprio passato e non solo, perché si ritrovano anche affetti che non si conoscevano proprio o si credevano perduti, per motivazioni diverse. Forse perché “è soltanto se si esce dagli schemi che si merita attenzione”... e anche qui ci sarebbe di cui riflettere per anni interi, ripercorrendo le strade della vita. Proprio per questo, quello di Silvia Zucca è un romanzo che merita tempo, non solo quello dedicato alla lettura ‒ piacevole e legata a una storia interessante di ricerca delle proprie origini, volta, soprattutto a far chiarezza sul proprio passato ‒ ma merita il tempo di pensare intorno a frasi che poste qua e là, ma solo apparentemente casuali, hanno il preciso compito di farci guardare alla nostra vita, alla nostra quotidianità, ai pregiudizi, alle prese di posizione nette e senza appello, alla nostra capacità di tagliar fuori le persone dalla nostra vita, perché ci sentiamo unici, semplicemente, senza bisogno di un aiuto esterno, di una mano tesa, all'incapacità di chiedere perdono.

LEGGI L’INTERVISTA A SILVIA ZUCCA




 

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