Il cinese

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Roma, gennaio, le 2 di notte. Squilla il cellulare del vicequestore aggiunto Luca Wu – nato in Italia da genitori cinesi e fresco di comando al Commissariato di Tor Pignattara dopo una breve ma brillante carriera nella sua città natale, Bologna – e lui risponde, assonnato e confuso. L’appartamento alla Garbatella gli sembra ancora un territorio sconosciuto e poi senza la moglie e il figlio, che sono rimasti a Bologna (ufficialmente per motivi organizzativi, in realtà perché Anna è stufa dei tradimenti di Luca e non vuole più vederlo, almeno per ora), sembra ancora più vuoto e freddo. Freddo come l’acqua che Wu si spruzza in faccia. Al cellulare era Domenico Missiroli, ispettore superiore a capo della squadra di polizia giudiziaria. C’è stato un duplice omicidio, per strada. Sul posto c’è già la Mobile. Il magistrato ha chiesto espressamente di Luca e si capisce perfettamente il perché. I morti – un uomo e la figlia di quattro anni – sono cinesi, la madre della bambina ha assistito alla scena. Due uomini con delle felpe sono scesi da un’automobile, hanno sparato sette colpi calibro 7,65, hanno rubato una sacca al morto e sono fuggiti. Serve un poliziotto cinese da esibire con i cinesi, una comunità ricca che a Roma conta parecchio. Wu scende sotto casa, c’è già Missiroli che lo aspetta con l’auto di servizio. Attraversano Roma a velocità sostenuta, la città dorme ancora. Arrivano a via Carlo Della Rocca, una strada stretta a poca distanza dalla Casilina: volanti, ambulanze, la Scientifica, la Mortuaria, “lampeggianti che sfarfallano, persone in movimento, voci che si sovrappongono, ordini, le radio che gracchiano, incessanti, frasi metalliche e spezzate”. Il medico legale sta esaminando i cadaveri, accanto a lui tre della Mobile. Wu raggiunge i suoi: l’ispettore Valeria Fresu e l’ispettore capo Saverio Liberati, il rabbioso Sovrintendente Damiano Scaccia (che non sopporta il nuovo vicequestore), la vicesovrintendente Chiara Longo, l’agente semplice Angelo Pizzuto. Ci sono tutti, e tutti si lamentano con Wu che la Mobile li sta trattando come camerieri, senza dire loro nulla, che sta facendo fare loro la “figura dei ridicoli”. Lui promette di risolvere le cose, si avvicina al PM Caruso e al telone che nasconde i due corpi. Quelli della Mobile fissano Wu incerti. Devono aver saputo del suo arrivo a Roma, ma a loro deve sembrare “uno strano animale esotico: uno sbirro cinese, vicequestore aggiunto, che dirige un Commissariato”…

L’arrivo di un nuovo commissario nel panorama letterario italiano non è certo di per sé una notizia, data l’enorme mole di fiction noir che si produce dalle nostre parti: ma un personaggio come il vicequestore aggiunto Luca Wu è senza dubbio una novità interessante di per sé. Figlio nato in Italia di Wu Wenhua detto Silenzioso Wu – ex agente della Renmin Jingcha, la Polizia del Popolo, fuggito dalla Cina nel 1982 dopo un’inchiesta scomoda su un Laogai, un campo di lavoro dove erano rinchiusi i dissidenti politici, e finito a gestire un ristorante cinese –, Luca Wu è un detective metodico, razionale, che ama più di ogni altra cosa il suo lavoro, le arti marziali (segnatamente il Ving Tsun, uno stile di Kung fu) e la gnocca, non necessariamente in questo ordine. Come in ogni hard-boiled che si rispetti, il protagonista è anche tormentato: dalla nostalgia per la moglie e il figlio (che però non gli impedisce di avere, nel breve giro di un’indagine, una fugace avventura sessuale con un’italiana e una torrida relazione con un’avvocatessa cinese) ma soprattutto dal rancore nei confronti del padre, che ritiene colpevole della morte della madre. L’operazione di Andrea Cotti è per certi versi speculare rispetto al lavoro di Robert Daley (romanzo) e Michael Cimino e Oliver Stone (sceneggiatura del film) ne L’anno del Dragone, che fatalmente durante la lettura viene alla mente: là il poliziotto polacco Stanley White incarnava il contrasto profondo tra la cultura cinese e quella occidentale, qui il poliziotto italo-cinese Luca Wu fa da ponte tra i due mondi. Ne vien fuori un noir a elevatissimo tasso di entertainment: il fascino dei segreti di un popolo che vive accanto a noi ma è praticamente sconosciuto per gli italiani; la coloritura sociale data dall’ambientazione “sino-romanesca”; un plot che mescola serial killer e Triadi; il sesso e la violenza; i colpi di scena e il ritmo narrativo serrato; il gergo poliziottesco. Per gli amanti del genere, una goduria. Unico difetto: si intuisce troppo presto chi è il colpevole. La vocazione cinematografica e televisiva di Cotti – che ha scritto sceneggiature per L’ispettore Coliandro, Squadra Antimafia, RIS Roma – appare chiarissima, si ha la sensazione che Il cinese sia non soltanto l’esordio di una saga letteraria, ma anche una futura serie tv. E tutto sommato è una sensazione piacevole.



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