Il cinghiale che uccise Liberty Valance

Il cinghiale che uccise Liberty Valance

Corsignano dorme, adagiata fra colline millenarie la cui antica maestosità rende giovane la città, malgrado in questi ultimi scampoli di secondo millennio cominci a sembrare vecchia e stanca, a sentire i secoli trascorsi da quando nel Medioevo fu posta la prima pietra, i legami indelebili col passato testimoniati da strade vicoli e incroci, il vecchio campanile in mattoncini diroccato sulla punta, il Nardile che scorrendo lambisce la zona abitata con le rive del fiume che si fanno ghiaiose. Se si volesse descrivere l’essenza più pura di Corsignano con un suono si potrebbe accomunarla al respiro affannoso di un cinghiale che corre per le sue viuzze, passando a gran velocità fra un bar e un laboratorio, una bottega e una casa vecchia, con la varia umanità che popola il paese. Apperbohr, un possente e giovane cinghiale, vive ai margini del paese, nei boschi fra Budo e Corsignano, e avvia insieme al suo branco azioni atte a devastare i campi e i raccolti: alcuni agricoltori arrivano a pensare che si tratti del fenomeno alieno dei cerchi nel grano, sui giornali si parla invece di una surreale “Banda dei Cinghiali”. Apperbohr si sente parte integrante di Corsignano – Apperbohr che nella lingua degli Alti sulle Zampe viene chiamato “Cinghiarossa”, un nome che descrive appieno le sue caratteristiche anatomiche ma che non può minimamente ambire a essere completo ed esaustivo come lo è Apperbohr – ed è l’unico della sua specie ad aver capito l’enorme distanza che separa gli umani dagli rvrrn (quelli che gli Alti sulle Zampe chiamano cinghiali o cignali): la lingua, i suoni che si mescolano incomprensibili. Ha avuto un’illuminazione, improvvisa quanto inspiegabile, un momento dopo il quale ha iniziato a comprendere il linguaggio degli umani, ed è diventato incredibilmente superiore ai suoi compagni. Infatti non è solo un incredibile cinghiale guerrigliero e attento osservatore della lingua degli Alti sulle Zampe, ma anche un esemplare passionale che vive una storia fortemente passionale con la cinghialessa Llhjoo-wrahh, un amore ferino quanto tenero, diverso da qualunque amore che un comune cinghiale può vivere nella stagione biologicamente stabilita per gli accoppiamenti. Ma Apperbohr, d’altronde, è tutto fuorché un cinghiale comune. Questo (e molto altro) accadeva a Corsignano, splendido paesino al confine fra Toscana e Umbria, negli ultimi mesi del 1999…

Senza temere di sembrare eccessivi, possiamo affermare che Il cinghiale che uccise Liberty Valance sia il libro di cui tutti parlano. Sin dalla sua uscita il romanzo è stato chiacchieratissimo. Il titolo trae origine dal film di John Ford del 1962 L’uomo che uccise Liberty Valance, interpretato tra gli altri da John Wayne e Lee Marvin, la pellicola che unisce quasi tutti i personaggi del libro – ritratti da Meacci mentre vedono e rivedono il western – e che indica il punto in cui Apperbohr acquisisce le sue prodigiose qualità. Giordano Meacci – che vive il suo momento di grazia, dato che è sceneggiatore dell’ultimo splendido film di Claudio Caligari, Non essere cattivo – ha dedicato oltre dieci anni alla stesura di questo lavoro, e il risultato è un bestiario umano, una puntigliosa descrizione del microcosmo del paesino immaginario di Corsignano. Apperbohr è un cinghiale con un’intelligenza enorme, ascolta e comprende il linguaggio degli umani, decifra quei suoni apparentemente vuoti e dà loro un corrispondente concreto, accrescendo il suo vocabolario di giorno in giorno. È un modo geniale che l’autore escogita per farci comprendere l’insufficienza delle parole, l’incomunicabilità all'interno della propria stessa specie. Se si acquisisce il punto di vista del cinghiale ci si rende conto di quanto sia irrinunciabile il linguaggio, di quanto sia importante padroneggiare un lessico ampio, di quanto le parole descrivano la realtà e plasmino la nostra visione del mondo. Il libro è così complesso architettonicamente che necessita di una divisione in tre parti. Meacci nel prologo aggiunge una mappa di Corsignano le genealogie minime dei personaggi, mentre nel finale colloca la parte denominata “cinghialerie”, con l’intero capitolo 18 scritto interamente in cinghialese, senza traduzione. Ultima gemma, poi, il prontuario della lingua degli rvrrn (con tanto di osservazioni grammaticali e fonosintattiche). Per leggere Il cinghiale che uccise Liberty Valance servono strumenti adeguati, un bagaglio di conoscenze non indifferente: la scrittura nelle prime pagine può sembrare ostica, pesante, con descrizioni maniacali e dettagli che riempiono intere facciate. Meacci ha bisogno di fiducia, e dopo i primi capitoli rivela un romanzo dall’impianto classico e allo stesso tempo vitalissimo, coraggioso come pochi nella letteratura italiana contemporanea, con un uso magistrale della lingua asservito a una prosa a tratti persino troppo perfetta. Gli Amici della Domenica hanno inserito questo libro-universo nella dozzina di candidati al Premio Strega, in attesa di scremare ulteriormente la lista. Sbilanciandoci, possiamo dire che Meacci meriti come minimo di entrare nella cinquina che si giocherà il premio che verrà assegnato l’8 luglio.

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