Il clan dei miserabili

Roma, 1947. L’investigatore Bruno Astolfi, dopo sette anni di convivenza more uxorio con Elena, può finalmente sposarsi. La cerimonia, officiata in comune da un consigliere socialista, non dura più di cinque minuti. Anche il romantico tête-à-tête da Otello, la trattoria di via della Croce, non è particolarmente lungo. Nella testa di entrambi, ma per ragioni diverse, c’è solo il viaggio di nozze della mattina dopo. Lei è elettrizzata al solo pensiero di poter trascorrere qualche giorno a Parigi, la città più romantica del mondo, mentre lui, che obtorto collo si è lasciato andare a questa concessione piccoloborghese, crede si tratti soltanto di tempo perso. Tuttavia eccoli là, in attesa che il treno al binario 16 lasci la stazione Termini. Il detective si è ormai rassegnato alla partenza quando tra la folla emerge distintamente la voce di Luigi Pavese, un attore di mezza età che Astolfi aveva conosciuto l’anno prima sul set di Tombolo paradiso nero. L’uomo, trafelato, gli comunica  che durante le riprese  de I Miserabili di Riccardo Freda si è consumato un sanguinoso delitto…
Una volta abbandonata la macchina da presa, Umberto Lenzi si è cimentato con buon successo nella letteratura giallistica, donando al genere un personaggio affascinante come Bruno Astolfi, un ex poliziotto riciclatosi investigatore privato, specialista nel risolvere casi legati al mondo del cosiddetto cinema dei telefoni bianchi. Il clan dei miserabili è la sesta avventura che ha per protagonista il detective e lo schema, già ampiamente collaudato nei precedenti romanzi, fa centro anche questa volta. In una Roma lontana dal piombo degli anni ’70 tanto caro alla produzione cinematografica di Lenzi ma ugualmente criminale e tentacolare, vizi privati e spietati regolamenti di conti agitano una suburra di disperati, gratta e delinquenti che in efferatezze non hanno nulla da invidiare ai più sponsorizzati colleghi della Banda della Magliana. Tra un bicchiere di Fernet e una Camel, Astolfi avrà il compito di risolvere l’ennesimo caso apparentemente inspiegabile e, come al solito, sarà coadiuvato/avversato dall’ex collega Patanè, il commissario che lo fece cacciare dalla Polizia per le sue simpatie antifasciste. Il giallo è un genere fortemente codificato e ogni allontanamento dai canoni rischia di far impantanare anche lo scrittore più accorto e sagace. Lenzi, che da cineasta navigato ha abbracciato tantissimi generi cinematografici, lo sa bene e sceglie di rispettare alla lettera quei canoni, aggiungendo un garbato e originale tocco personale solamente nelle ambientazioni, quelle degli studi cinematografici della Roma dell’immediato dopoguerra, che costituiscono il marchio di fabbrica di un romanzo  fresco e appassionante, senz’altro indicato per trascorrere qualche ora al riparo dalle  preoccupazioni e dalle beghe di tutti i giorni.

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