Il codice dell'anima

Il codice dell'anima
Qual è la ragione per cui siamo vivi? Qual è il senso del nostro essere venuti al mondo? Come riconoscere la nostra profonda vocazione, la nostra natura unica e irripetibile? Domande, queste, che l’uomo si pone fin dall’inizio dei tempi, quando ancora – per indagare l’insondabile mistero dell’anima – si faceva ricorso ai miti. Poi arrivò il novecento e le discipline psicoanalitiche, che elaborarono una teoria della personalità legata sostanzialmente a eventi traumatici infantili. Lo sviluppo individuale, cioè, viene ormai spiegato come il risultato  dell’incontro/scontro fra due forze: l’eredità genetica e l’ambiente sociale. Gli esseri umani, insomma, vengono presentati come delle vittime, la cui biografia sarà per sempre segnata da ciò che è già scritto nei cromosomi e da ciò che i genitori hanno fatto od omesso di fare nei primi anni di vita. Lo psicologo junghiano e scrittore James Hillman rifiuta questa interpretazione e, per penetrare nel mistero dell’irripetibilità di ogni individuo, ritorna ai miti antichi. Platone, illustrando il mito di Er, sostiene che ciascuna persona viene al mondo perché chiamata. In sostanza, prima di nascere la nostra anima sceglie una sorta di “disegno” che intende realizzare sulla terra e quando veniamo al mondo siamo accompagnati da un “daimon” che starà con noi per sempre. Il daimon avrà il compito di guidarci e orientarci verso il compimento del disegno che la nostra anima ha scelto, solo che, una volta nati, ci dimentichiamo di tutto questo e pensiamo di essere soli alla mercé della vita. Tuttavia se noi, a partire dall’infanzia, prestassimo attenzione al nostro daimon, riusciremmo a riconoscere le nostre personali vocazioni, allineeremmo la nostra vita su di esse e capiremmo che ogni evento, positivo o negativo, che caratterizzerà la nostra vita, concorrerà al compimento del disegno. Hillman ci invita in un certo senso a leggere “a ritroso” la nostra biografia, perché ciò che conta non è tanto la crescita, ma la forma, attraverso la quale si può svelare l’aspetto dell’immagine originaria, ovvero, la nostra vera natura. La metafora che l’autore usa per spiegare la sua teoria è quella della ghianda: un seme minuscolo che contiene già in sé la potenziale grandezza della quercia. Le persone felici e realizzate saranno quelle che riusciranno a concretizzare tali potenzialità nel corso della loro esistenza. Attenzione, però, il daimon, quest’ombra che ci accompagna silenziosa, non deve essere vista come la voce della nostra coscienza: esso non ha nulla di mistico né di religioso. Il daimon, come il “genius” dei latini, non è un elemento moralizzatore, è semplicemente un agente della nostra sorte personale...
Il libro di Hillman è pieno di racconti interessantissimi sulla vita di personaggi illustri e sui loro rispettivi daimon, da Judy Garland a Tina Turner, da Quentin Tarantino a Woody Allen. Un saggio che unisce scienza e mito, al confine tra psichiatria e filosofia, scritto con una prosa raffinata e letteraria. Imperdibile.

 

 

 

 
 
 
 
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